— Sì, non voglio che tu t'illuda con delle speranze. Non v'è ancor nulla di certo, e tutto può sfumar da un giorno all'altro. Sarebbe troppo bello, troppo bello, se le cose avvenissero come io spero. Dunque, non crederai, non galopperai con la fantasia, non ti tormenterai coi progetti.... È inteso?
— È inteso, — ripetè Minni, che vibrava già di speranze, e sentiva già la fantasia accendersi e partire.
Allora Giorgio raccontò che Riccardo Pizzi, il proprietario della cartiera presso la quale egli era impiegato, l'aveva proposto a un gruppo di azionisti come direttore d'una grande casa editrice, che si voleva fondare a Milano e che avrebbe assunto proporzioni colossali. Le trattative erano avviate bene; duravano da più che quindici giorni e si sarebbero concluse fra breve; ma v'erano parecchi altri candidati a quel posto, alcuni fortemente protetti da raccomandazioni cospicue, altri da parentele e da simpatie.
— Insomma, — concluse Giorgio, — non c'è da sperare nulla, capisci?
— E ti darebbero un grosso, grosso stipendio? — interrogò Minni, che sperava già tutto.
— Così! — disse Giorgio, aprendo le braccia quant'erano lunghe. — Uno stipendio principesco. Non so ancora, ma un grosso stipendio c'è, e la partecipazione agli utili, e mille vantaggi.... Partiremmo subito....
— E che bravo, quel tuo Pizzi! — esclamò Minni.
Giorgio rise.
— Povero Riccardo, tanto buono! — disse poi. — Non lo lascio mai tranquillo, non passa giorno senza una baruffa, ma mi vuol bene, e vorrebbe vedermi più su, più in alto, felice, allegro.... E tu, non soffrirai a lasciar Roma per Milano?
— Mi comprerai una bella pelliccia! Non avrò freddo. E in casa, un bel fuoco; e andremo a teatro, e io potrò mangiare i marrons glacés.