L'inverno calò a Roma abbastanza rigido: vi fu perfino una nevicata di ventiquattr'ore, e Minni stette molto in casa, a leggere, ad agucchiare. Non appena v'era un po' di sole, ella andava a Villa Umberto col suo libro, sedeva su una gradinata in Piazza di Siena, e vi rimaneva fino al tramonto, allorchè il parco meraviglioso cominciava a diventare umido.

E allora Minni correva in qualche negozio a far le provviste, o passava da una rosticceria di via del Tritone a comperare un pollo allo spiedo e certi involtini di carne e di riso, che si chiamavano “supplì„, e che facevano ridere Giorgio a vederli.

Supplì, supplì, supplizio davvero! — esclamava. — Te l'avevo detto, , di non sperare! Non ne azzecchiamo una, piccoletta mia! I milanesi ci hanno abbandonato anche loro, e bisognerà pensare ad altro: scommetto che il direttore è stato scelto, la Casa fondata, e intanto non ci levan di pena, e ci menano garbatamente pel naso. —

Minni piangeva. Era stanca di quella lotta contro la miseria, che non aveva nemmeno il diritto d'andar per le strade con gli abiti a brandelli, e che doveva ostentare un sorriso, nel timore d'incontrare occhi indiscreti. Minni vestiva ancora con eleganza, grazie a un risparmio rigoroso, e benchè schivasse gli incontri, era tuttavia così accurata nell'abbigliamento, in ogni minuzia della sua eterna toilette grigia, da potere sfidare la curiosità crudele delle amiche e degli indifferenti.

La sua figurina aggraziata dava risalto a ciò che indossava, e la vanità femminile era salva, quantunque sempre sospettosa.

Ma la monotonia di quella vita senza mai un piacere, senza mai un'ora di distrazione, pesava sul cuore della donna giovane e ne irritava i nervi. La sua compagnia in casa eran le grida, gli schiamazzi, la musica selvaggia dei monelli di via Campania; e fuori di casa, un libro qualunque preso a prestito in una biblioteca circolante.

A poco a poco, ella aveva conosciuto tutti i passeggiatori abituali di Villa Umberto: coppie d'amanti, vecchi e signore col cagnolino, damine accompagnate da una serqua di marmocchi e di bambinaie, pensionati meditabondi, ricche annoiate che passavan pei viali in carrozza, sognando probabilmente i sogni più vacui.

Qualche volta entrava al giardino del lago, e stava a guardare le anitre e le oche, invidiando la loro vita incosciente. Pel giardino del lago i passanti erano radi, e in quelle giornate d'inverno si diffondeva una malinconia tenue, fatta quasi sacra dal silenzio prolungato; il libro posava sulle ginocchia di Minni, ed ella si perdeva a fantasticare, mentre le anitre diguazzavano nel laghetto e si rizzavano a batter l'ali.

Se le veniva il pensiero di Giorgio, ella si confortava un poco; perchè Giorgio non mutava d'umore, non perdeva speranza, non dubitava mai. Egli aspettava qualche cosa, e sarebbe stato impacciato a dire che cosa fosse, ma aspettava con una fiducia tanto strana, tanto ostinata, da snebbiar le paurose apprensioni della donna.

— Siamo troppo giovani per andare a fondo! — egli diceva.