Riccardo Pizzi, un giovane di ventisei anni, dalle forme erculee e dal placido volto, aveva da solo aiutato Giorgio, dandogli un impiego nell'amministrazione della cartiera; ma i caratteri dei due uomini parevano fatti apposta per non andar d'accordo.

Riccardo nervoso e pigro; Giorgio, nervoso e veemente; Riccardo ideava gli affari che Giorgio criticava spesso e tentava qualche volta d'impedire, parendogli che l'amico s'ispirasse a un ottimismo pericoloso.

In due anni di vita comune, Giorgio aveva dato tante prove di sollecitudine e di perizia a Riccardo, che questi se n'era fatto il consigliere, pure arrabattandosi per difendere i propri disegni, e strillando contro Giorgio, che voleva persuaderlo d'aver torto. La loro amicizia era una continua guerra, ma si volevano molto bene, e Riccardo si rammaricava di non poter offrire a Giorgio un lauto stipendio e di vederlo ridotto a un impiego di tanto inferiore alla sua capacità e al suo ardire.

— Ebbene, niente? — chiedeva Giorgio, ogni mattina, appena giunto alla cartiera fuor di Porta Salaria.

Riccardo si stringeva nelle spalle, dolente di non poter dare la più piccola notizia.

E il silenzio ostinato di quegli azionisti, il tempo che passava, la melanconia di Minni, cominciavano a scuotere anche la fede di Giorgio.

Ma egli aveva in cuore una forza quasi mostruosa: non credeva alla sventura, nè al pericolo, nè alla morte. Dopo un istante di dubbio, l'animo gli si spalancava non alla speranza, ma alla certezza; e Riccardo l'aveva udito più volte canterellar le romanze delle opere in voga, stonando insolentemente.

Era allegro e diffondeva intorno l'allegria, cosicchè Riccardo Pizzi stava ad ascoltarlo stupito, credendo che Giorgio avesse ricevuta la notizia lungamente attesa.

— Perbacco, io t'invidio! — diceva Riccardo.

— Hai ragione, — rispondeva Giorgio. — Hai ragione d'invidiarmi, perchè vedrai....