Minni fissò nuovamente Giorgio. Qualche volta l'anima di lui le faceva paura, e quella padronanza di sè medesimo la stupiva. Egli era potuto rimaner tranquillo per tre giorni, senza che il suo viso lo tradisse, senza che una parola, un accenno, un'esclamazione gli sfuggissero dalle labbra; impassibile e sicuro, aveva taciuto...!

— E non eri contento, non eri felice? — chiese Minni.

— Contento senza dubbio; ma d'altra parte, non meravigliato affatto, perchè io sapevo che avrei vinto.... E se non avessi vinto ora, avrei vinto più tardi!... Noi non dobbiamo colare a picco. —

E quasi involontariamente, canterellò piano, a fior di labbra:

“Io son Titania, la bionda....„

— Che pazzo! — disse Minni con un sorriso. — E quando partiremo?

— Fra otto giorni. Addio, Roma; addio, bella Roma! Ti dispiace, , di lasciare Roma?

— No, abbiamo tanto sofferto!... —

Giorgio non aggiunse parola. Avevano molto sofferto a Roma, e a lungo; ma che cosa li attendeva a Milano? soltanto una larga agiatezza era certa; al di là non si vedeva, non si sapeva nulla. Un turbinìo di lavoro e di battaglie, forse un turbinìo di gioie e di dolori, fors'anco un cumulo di delusioni....

Giorgio si scosse quando la carrozza si fermò innanzi al palazzo scialbo e massiccio della Banca d'Italia, e lasciando Minni in vettura, egli scese.