— Ti chiedo scusa, Baldeschi! — disse Gin, salutando Silvio con un gesto familiare della mano. — Arrivederci, Laura!
E uscì.
Era piuttosto irritato che triste. L'amore di Silvio, un vero amore quale Gin non aveva mai supposto, un amore disperato che aveva preso il giovane, squassandolo come una pianta indifesa sotto la tempesta, irritava l'uomo rosso e beffardo. Egli non amava la moglie; il suo carattere, aspro nel fondo e ignaro di tenerezza, gli concedeva soltanto d'essere superbo e soddisfatto di Laura. L'amore degli altri, di tutti gli altri, giovani, maturi e vecchi, per la donna che gli apparteneva, gli era sembrato, fino a quel giorno, strano e ridicolo. Da quel giorno, cominciava a sembrargli minaccioso, lo turbava nei suoi facili giudizi, lo costringeva a pensare a Laura in maniera nuova, a guardarla con una curiosità inquieta. Ella sapeva gli spasimi di tutti quegli uomini, la disperazione di Silvio, e non aveva mai detto parola. S'erano intrecciate e snodate intorno a lei le vicende di più drammi intimi, e non aveva mai detto parola. Il marito non poteva chiedere che la fedeltà di lei.
Quando Gin tornò a casa dalla sua passeggiata, Laura gli disse:
— Abbiamo a pranzo Silvio Baldeschi, stasera.
— Va bene.
— E il Della Torre, Enrico Landi, il Mapelli e il Castiglioni.
— E signore? Neppur una?
— Neppur una! — ripetè Laura ridendo. — Signore più di rado che sia possibile. Non mi fido che degli uomini.
— Mi dispiace di non poter dire altrettanto! — mormorò Gin.