— Oh, oh! — disse. — Che cosa pensi. Gin?... Vado a vestirmi. Metterò un abito rosso, tutto rosso di fiamma. Ti piacerò?

— Va, fiamma rossa! — fece Gin, accomiatandola con un'altra carezza sui capelli. — Ma quel viaggio avrebbe del buono; un bel viaggio lungo....

La donna scosse il capo, e uscì ridendo.

A pranzo fu veramente la fiamma rossa, la bella fiamma costante, che scalda o brucia il cuore. Inguainata nell'abito amaranto dolcemente scollato, Laura si sentiva molto lontana da quegli uomini, i quali tutti, l'un dopo l'altro, le avevano offerto il loro amore. E l'eleganza della fiamma rossa, che imprigionando la bianca venustà delle linee, avvivava il carnato del volto e del petto, turbò gli invitati. Si punzecchiarono un poco, illudendosi di poter essere amati da Laura non appena avessero tolto di mezzo i rivali.

Silvio Baldeschi era allegro: entrando, non aveva detto parola a Laura del suo abbigliamento, quasi non l'avesse notato; rideva e parlava con disinvoltura, guardava indifferentemente la giovane, suo marito, gli amici, tra cui non pareva degnarsi di temere avversarî. Ma di tanto in tanto, col piede sinistro batteva il ritmo del galop impercettibile, sotto la tavola, e qualche gesto si mutava bruscamente in uno scatto.

Quattro degli invitati giuocarono a bridge dopo pranzo. Laura stette a conversare con Silvio Baldeschi, seduta al suo fianco, sul medesimo divano; e perchè i giuocatori parlavano alto negli intervalli e ridevano, Laura e Silvio s'arrischiavano a parlare essi pure quasi alto.

Silvio le disse:

— Parole d'un morente. La mia vita, per ventiquattr'ore, sarà nelle vostre mani.

Gin udì. In piedi, fingendo seguire le vicende del giuoco, volgeva le spalle. La voce secca e breve di Silvio che giuocava un più formidabile giuoco, lo penetrò a fondo. Laura aveva forse risposto con un gesto o con gli occhi. Gin non udì che questo di lei, detto leggermente:

— È mai stato al Cairo, Baldeschi? Noi ci andremo, Gin e io, quest'anno.