— Esco, Laura, — soggiunse Gin, — vado a prendere notizie.

Laura si fermò e ricadde sulla poltrona in cui stava prima seduta. Non vedeva bene, non sapeva dire se Gin e il domestico fossero tuttavia sul limitare; una nebbia nerastra invadeva il salotto, le luci delle lampade illanguidivano, s'udiva un tintinnìo lontano, insistente. L'odore d'un fascio di rose traboccanti da una catinella argentea sulla caminiera, era insopportabile; morivano!...

Quando fu per istrada, Gin si domandò perchè fosse uscito; poteva tornarsene e dar la notizia a Laura senz'altro, poichè Antonio aveva parlato chiaro, era informato bene. Tuttavia fermò una vettura, vi salì, si fece condurre a casa di Silvio.

Potè passare, quantunque tra i parenti e i curiosi che ingombravano la palazzina Baldeschi un personaggio che rappresentava l'autorità giudiziaria si mostrasse assai severo nel concedere il passo fino alla camera di Silvio.

— Conte Iginio Malaspina, — dichiarò Gin. — Non vorrà respingere il migliore amico del defunto?

Il funzionario s'inchinò, e Gin, preso animo, soggiunse, prima d'entrare:

— Si sa il motivo?... Ha lasciato lettere?

L'altro si strinse nelle spalle.

— Non una parola, signor conte. Qualcuno ha detto nevrastenia acutissima.

— Acutissima, — ripetè Gin confermando. — È naturale.