— Ninnì — interrompe Giorgio con voce calma. — Non farmi una delle solite scene!...

Giorgio è seduto in una poltroncina, le mani nelle tasche, le gambe distese. La poltrona è, come la tappezzeria della camera, bianca a triplici righe d'incarnato, e il sole che entra da una bifora, inonda gaiamente tutta la stanza.

L'uomo è vestito con un abito di mattina color d'avorio; i suoi occhi seguono l'instancabile ginnastica di Ninnì, la quale ha annodato la quarta volta i capelli, e sta per liberarli di nuovo. Dal battere delle palpebre e da un certo moto delle labbra, si intuisce che lo sforzo di Giorgio per padroneggiarsi è grande.

— Lascia stare Ninnì ti prego! — dice la signora bella. — Quando ne hai fatta qualcuna o mediti di farla, mi contorni di Ninnì, e siamo pari. È ridicolo! Anche ieri a tavola, davanti al duca di Telmi e alla Gualchieri mi hai regalato tre o quattro Ninnì, dei quali non sentivo alcun bisogno.

Tace; i capelli sono scappati per la quinta volta. Giorgio ha acceso una sigaretta e guarda con attenzione il soffitto dove, tra nuvole pallide, è dipinta una pioggia di fiori, che un putto ridanciano butta all'aria da un gran canestro. Dal mezzo pende un grappolo di lampadine elettriche, il cui raggio è velato la notte con una fitta frangia d'oro e rosa.

— Scene? — esclama Ninnì di repente, come si ricordasse. — Scene di che?

— Scene di gelosia, — spiega Giorgio pacatamente.

Ninnì s'è rivolta con un balzo; anzi ha fatto un giro su sè stessa....

Ha il viso bianco, capriccioso, ardito, che può piacere e non piacere; ma la linea dall'omero al fianco, dal fianco al ginocchio, dal ginocchio al piedino s'intravede, ed è stupenda. Giorgio l'ha sposata per la linea e centomila lire di rendita.

— Gelosa? Gelosa io?... T'inganni, Cocco! — ella esclama, con uno sfavillìo nello sguardo.