Non comperava se non per andar nei magazzini e nei negozi a vedere molta roba accatastata; era il suo divertimento del pomeriggio; le piaceva l'odor del cuoio, delle stoffe seriche, delle confetterie, e ne inventava ella stessa, sentendo l'odore dell'argento e dei merletti e dei gioielli. Qualche volta in un negozio s'imbatteva nella mamma, che dopo averle detto una parola garbata, raggiungeva la sua carrozza e la lasciava con l'istitutrice.

Nora non ricordava d'aver mai fatto una passeggiata lunga con sua madre. Quanto al papà, era giusto; aveva la Banca, la Borsa, e non poteva sciupar tempo con la signorina Empiastro, che gli si sarebbe appesa al braccio e avrebbe ciangottato una infinità di piccole sciocchezze per tutta la durata del passeggio.

I signori Grifi avevano lungamente sognato d'avere un erede; dopo quattro anni di matrimonio, era nata una femmina, Nora, e la delusione era stata cocente. La trattavan bene, le concedevano tutto, la guardavano con indulgenza; ma non si curavano di capirla, nè di farsi capire. Ella, del resto, aveva già le sue afflizioni: le istitutrici e i fidanzamenti. La casa era frequentata da gentiluomini brillanti, ufficiali di cavalleria e aristocratici che avevan vissuto. Di tanto in tanto, benchè Nora non avesse più di sedici anni, qualcuno si faceva innanzi, tastava terreno con la mamma e il papà, e si ritirava.

Piaceva, Nora. Era savia, nonostante la sua sventataggine; era bella, allegra, ricca, seducente per mille inconscie seduzioni femminili. E sua madre non per altro, se non per obbligo di coscienza, l'avvertiva ch'era stata chiesta la sua mano.

— Non per oggi, nè per domani, intendiamoci! — soggiungeva. — Sono disposti ad attendere un anno, due, tre....

— Ho capito! — esclamò una volta la fanciulla con inconsapevole cinismo. — Cominciano le prenotazioni, come per una première.

Toniolo Montalba, che aveva portato quel giorno un cartoccio di silene pendula, diede in una risata.

— Ha detto una cosa grande! — egli esclamò, accompagnandola poco dopo in giardino.

Per Toniolo Montalba, tutte eran grandi le cose che diceva Nora. Egli contava ventisei anni; era medico; alto, magro, pallido, intristito da una specie di pigrizia sentimentale, che pareva averlo addormentato innanzi tempo. Il destino gli si era messo contro, da un pezzo. Non ne indovinava una, quantunque, presa la laurea già da cinque anni, avesse una coltura e un'intelligenza eccezionali. Non aveva clientela; le donne lo guardavano ironicamente; gli uomini non lo consideravano per nulla. Guarita Nora da una bronchite minacciosa, era diventato amico di casa; lo si dimenticava un po', come un mobile; era inutile e necessario a un tempo. Aiutava Nora nei suoi esperimenti di giardinaggio, parlava poco e stava molto con le mani in mano, a meditare non si sapeva che cosa.

Nora era spesso accompagnata da lui, dall'istitutrice e da Trust, un barbone simile a un batuffolo di seta bianca. Toniolo aveva suggerito di far tutto un corredo a Trust, e Nora gli aveva fatto un corredo di nastri e di collaretti e di musoliere e di soprabiti per l'inverno; lo aveva calzato con quattro piccoli stivali a stringhe perchè potesse comparire degnamente in salotto e non insudiciasse i tappeti. Lo si udiva galoppare pei corridoi con quei quattro stivali, che facevano pensare all'avvicinarsi d'un elefante; e quando s'affacciava, era tale una risata, che Trust si metteva subito a sedere, guardandosi intorno stupefatto.