Gian Luigi stava per rispondere, quando Lidia lo chiamò.
—Al posto!—ella diceva.—Prima che la vena mi manchi.—
Angela Tintaro s'era seduta presso Lidia, così vicina a una delle lampade, che la luce gialla veniva a inondarle il viso e a tradirne sottilissime rughe. Doveva toccar la quarantina, Angela Tintaro, quantunque l'impressione generale del suo corpo sinuoso e del volto bruno, incorniciato da capelli castagni a riccioli, potesse ingannare d'assai a vantaggio della donna. Spiaceva in lei, tuttavia, la rigidità dei lineamenti, che parevano scolpiti nel marmo, e di profilo eran durissimi, senza curve blande; la sua caricatura sarebbe stata la testa d'una bruna pecora ricciuta. Non ho mai potuto giudicare s'ella fosse elegante; certi particolari de' suoi abbigliamenti m'avrebbero deciso per affermarlo; ma nel complesso non trovavo quella spontaneità di gusto e quell'istinto della semplicità, ch'erano invece una fortissima attrattiva in Lidia, per esempio, e in Laura.
—Come giuochi bene!—esclamò ella d'un tratto, accarezzando Lidia con uno sguardo….
L'intimità di quel tono mi ferì e lanciai un'occhiata a Lidia.
—Ah, tu non sapevi,—disse questa,—che noi ci diamo del tu. Sì, l'ha voluto l'Angela….
—È ben naturale,—risposi ipocritamente.
Non era naturale affatto; anzi, per me era disgustoso, perchè Angela Tintaro personificava la prima concessione al rispetto umano, la prima debolezza nell'ammettere in casa mia una donna dei cui disordini ero persuasissimo; e poichè questa concessione l'avevo fatta senz'alcun vantaggio,—a differenza della visita a Laura,—senz'alcuna soddisfazione egoistica, mi sentivo così sfiduciato sulla fermezza de' miei intendimenti da odiare Angela, che quella sfiducia mi rammentava e mi rappresentava ad ogni momento.
La vena di Lidia persisteva, e la donna era tutta gioiosa, chinandosi verso Angela a mostrar le carte propizie, non conosciute da lei, ma salutate con un sorriso di stima.
Verso mezzanotte, la vittoria di Lidia era compiuta e il suo umore serenissimo; Gian Luigi rimetteva a posto i due mazzi di carte, ed Angela Tintaro diceva: