—È Angela Tintaro che mi scrive.
—Che esagerazione!—esclamai seccato.—Quando non viene a trovarti, ti scrive; quando non ti scrive, ti manda dei fiori. Almeno potrebbe sceglier delle ore più adatte, per annoiare il prossimo!—
Lidia strinse le labbra senza rispondere. Da quella lettera, originò subito un mutamento in lei, palesissimo, per quanto ella volesse nasconderlo; cosicchè, fui tratto a domandare, contro le mie abitudini, che cosa Angela Tintaro le scrivesse.
—Le solite storie,—rispose Lidia con negligenza affettata.
Ma la lettera le rimase in tasca.
—Tuo padre ha finalmente deciso di partire per Cairo, accettando l'impiego offertogli,—dissi.
—Ha fatto bene,—mormorò Lidia.—Ecco: Cairo è una città che vedrei con piacere.
—Niente c'impedisce d'accompagnarvi tuo padre quando vi si recherà, sui primi dell'anno venturo.
—Resterò ben sola, dopo,—riflette la donna sbadatamente.
Eravamo in due a finger di mangiare, adesso: anche Lidia faceva una cattivissima accoglienza alle portate che Geltrude recava; attribuii l'improvvisa svogliatezza al pensiero doloroso di veder partire presto i Folengo, ed ebbi cura di non domandare spiegazioni.