—Quale assurdità!—esclamai.—Il torto è appunto quello di supporre che le parti si possano invertire sempre; quanto ho fatto io, era logico e necessario; ma ciò non sottintende logico e necessario che tu faccia altrettanto col signor Uglio…. È un modo di ragionare questo, di cui t'ho mostrata parecchie volte la falsità…. Ormai, dovresti risparmiarmelo.

—Benissimo,—ripetè Lidia.—Splendida poi l'idea di non dir nulla….
Ciò fa supporre molte cose….

—Per esempio?

—So io,—concluse la donna seccamente, alzandosi.

—Saresti gelosa?—

Lidia si rivolse, come ferita; appuntò le mani sulla tavola, e avvicinando il viso al mio, dichiarò a bassa voce:

—Gelosa? Vorrei che tu avessi dieci amanti, non una!—

V'era nella frase tutto il disprezzo di cui vibrava la donna per la mia condotta di quei giorni; e la rabbia frenata e accumulata nelle notti d'obbedienza sua e di fredda prepotenza mia; l'uno e l'altro sentimento davano alle parole un significato profondo, che mi colpì in pieno cuore, come innanzi a qualche cosa di definitivo, d'irreparabile.

Non trovai sùbito una formola di protesta; rimasi sotto lo sguardo di Lidia, turbatissimo, quasi un colpevole, e quando riuscii a scuotermi da quel fascino angoscioso, Lidia fu chiamata da Geltrude, che annunciava la visita del conte Gian Luigi.

Solo nel tinello, in mezzo alla luce grigiastra del dopopranzo, fui colto a un tratto da un impeto di dolore, dalla sensazione raccapricciante che deve afferrar l'uomo in mare, chiuso in un'ondata gigantesca. Quel solo giorno m'aveva portato un séguito di piccole e grandi angustie, intollerabile; nell'istesso momento, ero combattuto da opposte idee, da disegni contrarî, i quali sollevavano tutto il mio sistema nervoso, piombandomi nel dubbio,—malattia orribile di cui non avevo mai sofferto.