Trovandomi di fianco a uno specchio, mi vi osservai e mi confrontai con Gian Luigi, che pareva anche maggiormente pallido, colla testa curva sulle carte e la fronte illuminata dalla lampada.
Indubbiamente se non fossero state certe rughe agli angoli degli occhi, e la radezza dei capelli presso le tempia, Gian Luigi avrebbe dimostrato meno anni di me; la sua testa aveva un'impronta aristocratica, la quale io non possedeva affatto…. L'essere di statura piccola non faceva poi grave danno all'estetica, e in ogni modo, se tal danno si voleva ammettere, era pareggiato in me dalla mia barba rossastra, che m'invecchiava.
Poteva avere importanza questo per Lidia? No; ma poteva averne moltissima un altro fatto: il Sideri era un osservatore scrupoloso della forma, un uomo incapace di dire un'insolenza cruda; le insolenze le diceva, ma con tal giro di parole da farle rassomigliare a frecce avvelenate e ricoperte di bambagia….
Simile uomo, se avesse voluto assumersi la missione di confidente, avrebbe trovate le formalità più rispettose….
—Molto indovinato, molto parigino,—egli diceva in quell'istante a Lidia, accorgendosi allora ch'ella portava una vestaglia nuova, e gettandole un'occhiata sintetica, da conoscitore.
L'osservazione mi parve audace, se non sconveniente; forse perchè un lampo di vanità soddisfatta brillò negli occhi di Lidia. Che Gian Luigi potesse risvegliare nella donna la tendenza alle frivole soddisfazioni, già in lei così viva sui primi tempi, e dispersa nelle angustie del matrimonio? Qualunque ne fosse il valore, questo avrebbe adombrato un predominio dell'uomo sull'animo di Lidia e m'avrebbe fornito un mezzo di studiare fin dove il predominio arrivasse.
Contento e quasi riposato da tale induzione, m'accomiatai da Lidia e dall'ospite, raggiunsi la mia camera, mutai d'abiti, e uscii di casa.
La serata era placida; il corso Venezia, male illuminato, staccava anche meglio nello sfondo il corso Vittorio Emanuele, dove le lampade elettriche spandevano una luce piacevole, qua e là più viva per il concorso d'altre lampade nelle vetrine.
Quantunque avessi una meta e il desiderio di giungervi, mi dilungai prendendo la via più allegra; m'internai sotto i portici, ove la memoria e l'abitudine mi ricordavano come tre correnti vi passassero in tre ore diverse del giorno; al mattino, una fiumana di ragazze che si recavano al lavoro; nel pomeriggio, una fiumana di signore che ostentavano in sè l'opera manuale di quelle ragazze; nella sera e nella notte, una fiumana di perdute. Un formicolar vasto e romoroso di gente era nella Galleria; poi, piazza della Scala diminuiva sùbito l'intensità di quel movimento, che andava spegnendosi sul corso Alessandro Manzoni, ove la luce non era sì viva, e la gente era poca.
Innanzi alla casa di Laura Uglio, mi fermai; certo, il marito di Laura non c'era; egli aveva l'abitudine d'uscir presto e di tornar tardi, dacchè Laura s'era ammalata e aveva così interrotto l'idillio, che formava la mia sarcastica ammirazione a Pallanza…. Io sarei dunque salito a prender notizie, narrando insieme come una lettera d'Angela Tintaro avesse svelata a Lidia la nostra gita innocente di quel giorno; mi sarei trattenuto poco, se Laura non insisteva. Se Laura insisteva, mi sarei trattenuto molto…. Chi sa? Laura era bruna e mi amava ancora…. Nel frattempo, Giorgio Uglio…. Sorridendo, considerai la reciprocità fatale cui dava luogo un primo adulterio, senza ricordarmi che tale reciprocità minacciava anche la mia casa, dove avevo lasciato Gian Luigi con Lidia.