—Gettamelo,—dissi ridendo.—Sei buona?—

Il foglietto giallo si librò un istante nell'aria, e mi cadde ai piedi con maravigliosa perspicacia. Lo aprii e lessi:

«—Laura morta ieri. Funerali domattina alle dieci.—Gian Luigi.—»

Ripresi i remi e internai la barca nella darsena assicurandola al suo anello, fra una gondola e una yole. Poscia salii in casa tranquillamente, insensibile.

XVII.

Fermata una carrozza da nolo, dissi al cocchiere:

—In via Alessandro Manzoni, al numero quattro, c'è un funerale. Va laggiù e tienti un po' discosto dalla folla; poi, quando il corteo si muove mettiti alla coda e seguilo fino al cimitero. Hai capito?—

Il cocchiere affermò colla testa; io entrai nella carrozza, mi cacciai in un angolo, dopo avere abbassate le tendine, e mentre la vettura s'incamminava, chiusi gli occhi per non vedere la luce scialba.

Aveva piovuto violentemente quel mattino e il giorno era rimasto grigio, torpido, stendendo ovunque un'angoscia inesprimibile, una nausea d'azione. La città sonnacchiosa doveva pullular d'adulterî.

Appena fui accomodato sul sedile, una confusa ribellione mi penetrò nell'animo. Io non voleva andare laggiù; era inutile e straziante, superiore all'amara dolcezza di compiere un dovere. Tuttavia, quando il cavallo partì al trotto cadenzato, il dubbio scomparve e l'energia ebbe il sopravvento. Bisognava andare e soffrire fino all'ultimo; se l'anima esisteva, quell'anima aveva d'uopo di non sentirsi dimenticata per discendere serena nel sepolcro.