Allora provai tutta la sensazione smisurata dell'irreparabilità; non avevo sofferto abbastanza. Volevo vedere il feretro calare nella fossa urtando le pareti, e ascoltare il romor della terra che vi si gettava sopra, fino a eguagliare le altre tombe intorno, e la pioggia cadervi, penetrare sottilmente nelle zolle, anticipare la dissoluzione di Laura Uglio.

Spalancai lo sportello, entrai nel cimitero, quasi attirato da una gran vampa giallastra che bruciasse là dove il feretro era scomparso. L'orizzonte oltre le tombe e i cipressi, era stretto e livido.

XVIII.

E sull'orizzonte, delle piccole figure cupe spiccavano presso il carro funerario, spoglio ormai, e nudo come uno scheletro.

Ero per dirigermi laggiù a corsa, perchè una più lunga attesa avrebbe sfrenato un urlo dalla mia bocca serrata e contorta…. Un uomo, in abito nero, staccandosi dal gruppo di quelle piccole figure, mi tagliò la strada, mi afferrò per il braccio, dicendomi:

—Torna indietro! Sei smunto come un cencio lavato. Prima che ti vedano!—

Restai immobile a guardar Gian Luigi.

—Hai la carrozza fuori?—egli continuò.—Andiamo.—

Le parole fredde e ragionevoli mi produssero l'effetto del lampo a due passi da un precipizio. Obbedii mutamente, ricondussi Gian Luigi fino alla mia carrozza, nella quale entrai, mentre l'altro dava al cocchiere il proprio indirizzo. Lo scroscio d'acqua paventato si scatenò allora con terribile veemenza, e dopo l'acqua una gragnuola fitta, che danzava sinistramente sul coperchio della vettura, minacciando d'interrompere la nostra corsa. Gian Luigi aveva su di me in quella contingenza l'impero della calma sopra la passione disordinata.

Ci guardavamo in silenzio pallidi tutt'e due; io vergognoso d'essere stato sorpreso all'atto di commettere una follia da un uomo che non consideravo più come amico intimo.