Io credo di non aver più sentite le distanze colla nervosa acutezza d'allora. Movimenti di passeggeri e di treni; chiacchiere di viaggiatori; paesaggi; fermate e ripartenze lente come agonie; mormorio d'acque intorno al battello; giuoco di colori naturali sullo specchio del lago, nel profilo dei monti; giuoco di colori artificiali nel volto e nelle vesti delle signore che mi stavano intorno; tutto aveva posto e si collocava nebulosamente nel mio cervello accanto a un pensiero unico e sanguinoso: Lidia mentiva nella sua lettera.
Arrivai inatteso, verso mezzogiorno. Allo sbarco, un gruppo variopinto d'uomini e signore osservava la solita manovra dell'approdo; io, confuso tra la folla sopra-coperta, distinsi immediatamente nel gruppo Lidia al fianco d'Ettore Caccianimico; ella guardò i passeggeri, non mi vide, si volse a pronunciar qualche parola con Ettore.
Il ponte fu gettato, vi passai, e arrivai innanzi a Lidia e ad Ettore quasi di sorpresa.
—Tornato!—esclamò la donna, stendendomi la mano.—Perchè non ci hai scritto?
—Non sapevo,—mormorai, con uno sguardo sintetico a Lidia.
Come s'era vestita stranamente! Aveva un abito chiarissimo e senza linee precise, secondo il gusto dominante; ma una fascia alta color viola cupo le serrava il busto, ricadendo sul fianco sinistro a ravvivar la tinta pallida dell'abito. Il cappello grande, col pizzo tutt'intorno, lasciando scorgere ben poco del suo viso delicato, dava alla carnagione in compenso un tono d'ombra soavissimo. Lidia non aveva guanti nè gioielli; portava le scarpette di panno bianco.
Mi posi al suo fianco, incamminandoci, mentre Ettore le si metteva all'altro lato.
—Il conte Sideri sta meglio?—domandò Ettore.
—Mi pare,—dissi.—In ogni modo, non potevo più resistere alla temperatura della città.
—Non fai conto di ripartire, speriamo?—osservò Lidia con sollecitudine.