Procedemmo in silenzio; il brevissimo episodio m'aveva ancor rammentato ch'io nulla aveva detto a Lidia de' miei anni precedenti, e simile lacuna poteva ben giustificar nella donna qualunque sospetto. Infine, ella m'aveva sposato perchè mi amava, i suoi m'avean data Lidia perchè io conveniva loro; ma sapevano essi chi io era, non riguardo al mondo, non riguardo alla vita vissuta, ma in faccia alla coscienza e alla vita dei sentimenti? Nulla sapevano essi; potevo esser un cinico, un corrotto, un libertino, un ipocrita che avesse trascinata l'esistenza senz'infamia e senza lode, sol perchè gli eran mancate le occasioni di far diversamente.

Rimaneva perciò un malessere tra me e Lidia, prodotto da quel velo steso sul mio passato, e bisognava rimediarvi, presto, sùbito, perchè non si prolungassero oltre i motivi a sospetti e a dubbi.

Quella sera medesima, dopo cena, quando Lidia fu nella sua camera, io ve la raggiunsi. La serata aveva chiuso con un acquazzone formidabile, dando un tracollo alla temperatura, divenuta quasi fredda; nel nostro appartamento le stufe russavano.

Trovai Lidia ben disposta ad ascoltarmi, seduta in una poltrona con dei giornali sulle ginocchia. C'illuminava chiaramente una lucerna posta a fianco di Lidia, sopra una piccola tavola. Mi sedetti presso la donna, le presi le mani, e le dissi:

—Vuoi ascoltarmi, amica mia? Debbo parlarti a lungo.—

Dal movimento di viva attenzione che seguì in Lidia a queste parole, compresi ch'ero arrivato a tempo e che s'ella non aveva osato mai chiedere, non aveva per ciò men desiderato quell'istante di confidenza. Quanto a me, studiai di dare alla mia voce l'inflessione più affabile di cui era capace, e per la durata dell'esordio, non abbandonai le mani della donna, fattasi grave subitamente.

—Debbo dirti chi sono io,—cominciai sorridendo,—e come ho vissuto fino al giorno del nostro incontro. Io ne ho il dovere, ma ti parlo piuttosto per desiderio d'una piena confidenza, che per stimolo di soddisfazione ad un obbligo. Sai che io ho perduto mia madre a vent'anni e che d'allora, fino all'altra dolorosa scomparsa di mio padre, io sono stato sempre con questi, accompagnandolo in tutt'i suoi viaggi per l'Italia e fuori; ma non sai quale notevolissima influenza sulla mia indole abbia esercitato questo genere di vita. Mio padre, vecchio colonnello di cavalleria, era di quegli uomini maravigliosi che han conosciuto l'entusiasmo e che, dopo essere stati eroi in tempo di guerra, non s'eran dimenticati d'essere onesti in tempo di pace. Per me aveva una benevolenza sollecita, e io credo d'aver destata in lui compassione non meno che affetto; ero esile, gracile, e presso l'uomo che aveva scritta la propria storia a colpi di sciabola, parevo un virgulto, non abbastanza bello per essere interessante e non abbastanza interessante per essere perdonato della sua gracilità. Quindi, mio padre credette ottima idea d'evitarmi le noie e le ansie degli studî, supplendovi coi viaggi, ed io confortai questi col tuffarmi a corpo perduto nella lettura di qualunque libro, di qualunque giornale, di qualunque opera pesante od allegra mi fosse dato trovare. Ciò non era grave, alla fine; conobbi molte cose superficialmente e nessuna con profondità, ma non dovendo votarmi ad alcuna professione, la cultura saltuaria mi rese eguali servigi, nelle conversazioni, dove tutta la scienza si limita ad un accenno…. Gravissime, invece, furono le conseguenze morali di quella vita febbrile e diffusa. Io non ebbi abitudini, perdetti la nozione della famiglia, non amai nulla di quanto si conveniva alla mia età; come i viaggi m'insegnavano che non v'era luogo così bello da escluderne altri migliori, la vita mi si presentava quasi un viaggio lungo, ed ogni avvenimento quasi un incidente di via, che al primo gomito della strada si sarebbe dimenticato. Perciò, io dispersi le forze intellettuali e non potei indirizzarle ad un determinato scopo; dispersi le forze affettive, non raccogliendole sopra alcuno oggetto.

Feci una pausa. Lidia osservò con voce tranquilla:

—Io non vedo gran male in tutto questo. Avrai avuta una giovinezza molto fredda e senza peripezie.

—No,—risposi.—Allora pareva anche a me che non vi fosse gran male, perchè ero assai giovane, e quello stesso metodo di vita m'era d'ostacolo ad interrogarmi, a studiare se in fondo all'animo io non sentissi qualche irrimediabile amarezza. Ma quando mio padre morì, m'accorsi tosto d'essere straordinariamente solo nel mondo, inutile al punto che la mia vita e la mia morte dovevan riuscire indifferenti fenomeni agli altri, non pure, ma a me stesso. Non avevo alcuno scopo, non avevo amici, non rappresentavo nulla, non ero una forza, considerevole o mediocre, nella, meccanica della società; se fossi sparito, nessuno si sarebbe doluto della mia scomparsa. A tale idea io soffersi molto, e fui così malcontento, così irritato, che invece di tentar qualche cosa, venni in questo paese a rodermi internamente de' miei anni sciupati. Capisci questo, amica mia? Lo spettacolo dell'attività altrui, invece di spingermi all'emulazione, mi stremò di forze e mi tolse ogni speranza di poter fare.