—Come mai?—domandò Lidia, rizzando la testa a guardarmi.
Nel mentre andavo parlando, m'accorgevo che, diversamente da tutte le aspettative, la confessione mi riusciva facile, e che enunciando e sintetizzando il mio passato, illuminavo me stesso su cose prima oscure. Avevo anche avvertita una certa impazienza in Lidia, e me ne davo ragione sapendo che la donna non poteva contentarsi di quelle linee generali, ma voleva la confessione di argomenti assai più vicini a lei e più pericolosi.
—Come?—ripetei.—Non so. Saranno effetti nervosi, ma certo senz'alcun rimedio; avrei avuto bisogno di trovare gli altri molto addietro; li vidi al contrario molto innanzi, e lo spazio che mi separava da essi, mi diede un vero spavento, quasi una vertigine.
—Così, tu non hai fatto bene e non hai fatto male?—chiese Lidia.
La voce della donna s'oscurò di tristezza, e mi penetrò in fondo al cuore.
—No,—confessai,—no, io non ho fatto alcun bene….
—Non hai amato?—incalzò Lidia, rizzandosi sul busto e stringendomi le mani.
—Non ho fatto alcun bene,—dissi nuovamente.—Ero preso da quella specie di malattia della volontà, e divenni maligno, contro di me e contro gli altri; fui dei più pronti a schernire, dei più volonterosi a negare; fui un essere colmo d'odio, perchè invece d'incolpar me della mia vuotaggine, incolpai non so quale fatalità avversa.
—E le donne non riuscirono a toglierti quell'asprezza, a consolarti?—
Appena pronunciate queste parole, Lidia arrossì vivamente; ma nel medesimo tempo, il mio viso ebbe forse un'espressione così dolorosa, che la donna porse la destra sulla mia bocca, aggiungendo: