Io solo, che avevo sognato di giungere alla fama, ero giudice della rovina che al sogno aveva tenuto dietro invece della realtà.

Non avevo mai saputo chiuder la vita entro limiti così precisi che arginassero le incomposte tendenze, dirigendole robustamente a un fine; proclive a più cose ed avido di conoscere, avevo dispersa l'energia creativa, atrofizzandola in un vuoto compiacimento di sapere; privo di vanità nella sua forma più eletta ch'è l'ambizione, m'ero limitato ad ammirar l'opera altrui, spesso semplicemente induttiva, e m'ero sfiduciato al pensiero di muovere i passi dove uomini eminenti avevan talora dubitato ed erano anche caduti numerosi; e se di tanto in tanto il peso dell'inerzia vergognosa mi diveniva intollerabile,—guardandomi intorno e vedendo i già noti e battaglieri preparar nuove opere e nuove battaglie, la mia nervosità suggestionabile soffriva d'un contraccolpo mortale, la mia volontà si rannicchiava al cospetto di volontà più illuminate e più esperte.

Rimaneva poi verissimo quanto io avevo detto a Lidia: che al vuoto del quale arrossivo avevo sempre trovate altrettante giustificazioni, considerandomi vittima di complicate e malaugurose vicende; e il tempo, la solitudine, l'incontentabilità, le difficoltà materiali per farmi conoscere, la lenta progressività dell'esito futuro, mi sbigottirono e mi relegarono decisamente fra l'immensa caterva di coloro che vivono come possono e che una tomba inonorata accoglie e dissolve.

Nei giorni susseguenti a quel colloquio con Lidia, io ebbi più volte l'opportunità di spiegare alla donna quanto fossi insoddisfatto dell'indirizzo preposto alla mia giovanezza. Lidia accoglieva questi discorsi con una duplice espressione: lieta, perchè notava come le donne del mio passato fossero totalmente scomparse dalla memoria; triste, perchè avrebbe voluto altrettale oblio de' miei sogni e dei proponimenti frustanei. V'era nel suo modo di rispondere, nell'angoscia rinnovellata ad ogni apparire de' miei rimorsi,—un chiarissimo sottinteso, ch'io aveva sùbito spiegato così:

—«Non ti basta la realtà del mio amore? Non ti basta la vita ch'io ti offro?»—

Ora, quando in addietro lottavo, cercando di dedicarmi alla letteratura per la quale credevo di aver qualche disposizione,—m'ero sempre tolto a quelle spaventose lotte col medesimo pensiero: tuffarmi nella vita reale, godere quanto era più vicino e più facile ad ogni uomo.

E quel pensiero d'allora, germinato spontaneo, e quel sottinteso d'adesso, nascosto nelle parole di Lidia, concludevano in un'egual rinuncia, avviandomi sulla strada comune, dove non si trova gloria, ma la calma è solenne, l'indifferenza grande, il benessere sicuro. E poichè questa volta l'esortazione alla rinuncia veniva da una bocca giovanile e cara, io credetti poterla obbedire, e per lungo tempo i rimorsi della vanità delusa tacquero, mortalmente.

V.

In quella dissonanza d'anime, lievissima e tuttavia avvertibile, sorta fra Lidia e me dalla sera in cui ella non aveva capito il mio tormento e non aveva temuto che per donne immemorabili,—so e affermo che, quantunque io volessi negarlo a me stesso, noi non potevam giudicare la giornata trascorsa se non al cominciar della notte.

Era nell'alcova di Lidia che io vedeva sciogliersi i nodi aggruppati durante il giorno; erano il sorriso o l'impaccio, il desiderio o la sommissione della donna, che mi davan la misura di quanto noi fossimo all'unìsono, o delle modificazioni lentissimamente verificatesi nella nostra vita felice. Appena ombre, appena gradazioni d'una fuggevolezza così rapida che ad uomo chiuso all'investigazione, sarebbero andate perdute.