Queste modificazioni eran necessarie; accennavano al passaggio dall'amor violento, dalla frenesia giovanile a un più calmo possesso, a una più tranquilla felicità; passaggio inevitabile, poichè sarebbe stato pericoloso e sovrumano che avessimo continuato come nei primissimi tempi. Nè mi potevano esse spaventare, nè eran brusche ed aspre così da lasciar fra l'inizio e il presente una visibil lacuna; ma avevan tuttavia qualche cosa di caratteristico, d'indefinibile, prodotto dalla graduale conoscenza reciproca delle nostre indoli.

Certamente, per noi i giorni dipendevan dalle notti, la vita dell'anima s'informava alla vita dei sensi, e conservo a tal riguardo la memoria di due episodî, che segnano a mio credere due punti ben chiari e diversi della nostra parabola amorosa.

Com'io aveva indugiato una sera nella mia camera a scorrere diverse lettere, ed era inavvertitamente valicata la mezzanotte, l'ora classica in cui mi presentavo a Lidia,—sentii presso l'uscio un tenue fruscìo d'abiti, e sulla porta l'errar d'una mano in cerca della gruccetta. Aguzzai l'orecchio; il fruscìo pareva ripetersi; ma sempre tenue e dubitoso. Mi diressi all'uscio, l'aprii sveltamente e vidi Lidia, immobile, fulminata dalla propria audacia.

—Oh!—ella esclamò, giungendo le mani, con voce tra la gioia e il malcontento.—Oh non pensar male di me! È già mezzanotte; non ti vedevo, temevo che fossi indisposto. Non pensar male!—

Io risi prendendola fra le braccia.

—Mi duole, o signora,—dissi, mentre la portavo sopra una poltrona.—Mi duole immensamente, ma io sono costretto a pensar male di voi!—

E le diedi più baci sugli occhi e sulla bocca….

Questo era avvenuto non molto dopo il nostro arrivo all'albergo; ma v'era anche il riscontro a quella scena d'impulso; riscontro causale di cui io aveva la maggior colpa.

Leo, il cane del signor Pfaff, s'era fatto singolarmente ringhioso e per dimostrarmi che la sua antipatia aveva concluso nel più strano odio, mi guardava con occhi torvi e brontolava se appena osassi avvicinarlo. Talchè, scendendo solo, un mattino, e trovando Leo disteso nel corritojo, lungo e stretto, che seguiva alla scala, tentai d'accarezzare il cane, di persuaderlo all'amicizia con qualche buona parola. Leo s'alzò veemente e visto chiuso l'uscio che dal corritojo metteva alla strada, ringhiò, in atto di difesa; per punir l'animale dell'accoglienza eccessivamente incivile, staccai dalla parete la frusta del signor Pfaff, drizzandone la punta al muso del cane; ma questo senza darmi tempo di colpirlo, spiccò un balzo con un latrato, mi si lanciò contro così veloce, ch'io riuscii a mala pena a schivarne l'urto. Quasi nel medesimo istante, sulla scala che mi era alle spalle, risonò un grido acuto e volgendomi scorsi, abbrancata alla ringhiera, Lidia, pallidissima, cogli occhi aperti su di me. Leo parve ammansato dalla inattesa comparsa della donna; io corsi a Lidia, la riaccompagnai nella sua camera, dov'ella, cedendo a un moto nervoso, diede in dirotto pianto, tutta scossa da un tremito.

Non so perchè, quelle lacrime innocenti m'irritarono e mi sconvolsero in modo che invece di chieder perdono a Lidia d'averla così turbata colla mia improntitudine, non apersi bocca e aspettai ch'ella avesse rasciugati gli occhi e si fosse dominata; nè per quanto i suoi sguardi invocassero una scusa, io fui capace di formularla.