Chiamai questa nella mia camera, e la pregai di lasciar fare ai domestici.
—Come!—esclamò Lidia stupita.—Non vuoi ch'io sorvegli?
—Sorvegliare sta bene,—risposi.—Ma tu eri inginocchiata ad accomodare le robe nel baule.
—Bisogna fare così con costoro che non capiscono niente!—Lidia concluse, e tornò alla sua camera e riprese ad accomodar la roba.
Io mi morsi le labbra. Fra tutte le cose meno tollerabili per me, la buona massaja, questa creazione della società borghese, questa tiratrice di colli d'oca, era la più urtante.
Avevo della donna un concetto quasi orientale, in cui m'ero conservato con tenacità; rivedevo sempre mia madre, finissima signora, le cui sole mani innamoravano, e rivedevo tutte le donne di mia conoscenza, anche le men belle, allevate per gli agi e per occupazioni aristocratiche. La concordanza di tali fatti, la vita errabonda che avevo condotta con mio padre, avevano generato in me l'assurda opinione che la donna fosse un oggetto prezioso, degno di prezioso contorno; una specie di regina di delizie. Ed io voleva la donna così, io poteva averla così; nè m'ero sognato mai di considerar la sorte di quelle che così non erano e non potevano essere.
Lidia, bianca, bionda, leggiadra,—giocattolo inestimabile—doveva farsi una di queste signore inutili, uno di questi fiori esili e delicati il cui apparire è pien di regalità, come lo sboccio è luminoso d'iridescenze.
Buona massaja no! Io mi sarei opposto con ogni mezzo.
Lasciammo l'albergo sul far del giorno, mentre piovigginava, nell'incertezza d'un'alba fredda; e l'indomani eravamo alla Villa Folengo, tra Pallanza ed Intra, sul Lago Maggiore.
Io sentiva che avevam bisogno degli altri e che la solitudine a due aveva rischiato di sgretolar con lenta marcia un grande edificio d'amore. La società, gl'indifferenti, i curiosi, gli amici, le esteriorità che avevam dimenticate durante il soggiorno nei Graubünden e che eran così soavi ad abbandonare in quei tempi, ci tornavan graditi ora, ci scuotevano salutarmente.