Lidia, in ispecie, mandava ogni poco dei trilli di gioia, e si buttava fra le braccia di sua madre. Donna Teresa, superato un certo impaccio nel darmi del tu, era commossa della felicità che avevo portata in casa sua, e il signor Pietro Folengo trovava il nostro matrimonio bello e prezioso quanto una partita doppia scritta senza errori in eleganti calligrafie.
Per una festa data da Ettore Caccianimico nella propria villa a Pallanza, ebbi occasione di ritrovar parecchie conoscenze; Ettore Caccianimico, innanzi tutto, l'interessante uomo la cui vita contava per due, così era stata violenta di passione, ricca d'avventure e febbrile; a lui mi legava grandissima amicizia, nonostante la disparità ragguardevole d'anni. Portava lunghi i capelli bianchi e vestiva con eleganza; avendo vissuto in quasi tutte le capitali d'Europa, conosceva la storia di molte genti e ne inventava di molte altre. Non aveva trovato il tempo di far la solita evoluzione senile verso gli scrupoli religiosi.
—Amo i divertimenti onesti, la compagnia dei giovani ed i ricordi dei vecchi,—diceva.—Quando sarò di peso, mi farò saltar le cervella.—
Sua moglie, Clara Caccianimico, la quale in trent'anni di matrimonio non s'era visto vicino Ettore per più di quattro mesi di séguito, era una donna alta, robusta, rossa in viso, cordiale. Non appena ci vide entrare, s'impadronì di Lidia, l'abbracciò, le presentò una ventina di cavalieri caricandole il taccuino di tanti nomi, ch'io a stenti riuscii a fissare un giro di valzer con lei.
Appoggiato alla porta che metteva dalla prima alla seconda sala, Ettore Caccianimico mi stava al fianco enumerandomi le qualità dei convenuti. Io da lontano osservava Lidia, che pareva difendersi assai bene e rintuzzar con prontezza i complimenti dei sùbiti corteggiatori. Ella era un po' accesa in volto, e i suoi occhi fosforici ogni tanto mi cercavano, venivano a salutarmi, sfuggivano. Per l'abito lilla che indossava, avevo lasciato fare a lei e a donna Teresa; ma ora mi sembrava oltremodo scollato, e quel movimento del seno alternato ad ogni respiro, quel giro di perle attorno al collo, quei fiori nei capelli, che io aveva tanto ammirati in casa, mi davan fastidio come troppo procaci.
Quanto a Lidia,—quand'ella appariva dalla porta, di fronte a quella ov'io era con Ettore,—studiava il movimento delle mie labbra per intuire quel che dicessi; e non appena avevo qualche signora al braccio e mi disponevo a ballare, la distrazione di Lidia arrivava al punto che il cavaliere di lei parlava, interrogava, senz'ottener mai risposta.
A quella festa, la presenza di Giorgio Uglio mi stupì non poco. Bell'uomo, Giorgio Uglio, dalle membra flessibili per assidui esercizî di scherma; un po' vano, così da meritarsi il soprannome di uomo-camelia che il Caccianimico gli aveva dato a indicar la sua fatua eleganza.
Quand'io era partito con Lidia per la Svizzera, a Milano si parlava molto della riconciliazione di Giorgio con sua moglie Laura; non già perchè il perdonare alla più volte adultera fosse cosa inaudita, ma perchè la pace in casa Uglio s'era ristabilita con sì stretti nodi, che Giorgio e Laura parevano innamorati novelli e avevan trovato nel museo dei loro affetti una fioritura di tenerezze sbalorditoie, una passione d'anime disgiunte che si riuniscono a dispetto del destino.
Mentre chiedevo al Caccianimico perchè Giorgio fosse solo, Giorgio stesso mi venne incontro a mani aperte.
—Caro, caro!—egli esclamò.—Così presto tornato? La tua signora è maravigliosa d'eleganza e di bellezza. Contate di ripartire? Un giro per l'Italia, m'hanno detto…. Laura è nell'alta Engadina coi parenti; soffre molto, lontana; sarà qui a giorni e spero ti tratterrai per salutarla. Ella sarà felice di riveder la tua signora che le era così simpatica da fanciulla….—