Ettore Caccianimico,—nell'angolo d'osservazione cui ricorreva durante gl'intermezzi,—sorrideva malignamente. Quando Giorgio si fu allontanato, domandai conto ad Ettore di quel sorriso.

—Che cosa vuoi?—rispose.—Fa bene veder tanta intimità fra vecchi amici.—

E aggiunse:

—Hai sentito? Laura soffre molto, lontana. Lontana da chi? Lontana da lui, si capisce. Dio mel perdoni, l'idea è comica.—

A me, nell'animo, s'era piantata un'angoscia indicibile per le parole di Giorgio Uglio. Nella solitudine dalla quale uscivo, m'ero dimenticato affatto che un giorno avrei dovuto incontrarmi con persone che desideravo evitare; la scelta mi sembrava facile, e non ricordavo quanto la libertà di azione fosse circoscritta nel mondo, sottoposta a compromessi di peso granitico. Avevo una ragione chiara, plausibile, per non ammettere Laura Uglio in casa mia? Ella era accolta dovunque, poichè il marito perdonava e ne magnificava le virtù; non avevo speranza che nel tatto di Laura, la quale avrebbe forse compreso ch'era di cattivo gusto una sua visita a Lidia.

—Donna sul far della sera!—mi susurrò il Caccianimico, mentre passava Angela Tintaro al braccio d'una giovanetta bruna.—Piacevole, però. Non è piacevole? Ti sfido a scoprirle un amante.—

Anche Angela Tintaro! Questa no; questa, poi, in casa mia, non avrebbe messo piede. Ella si dirigeva ora verso di me, sola.

—C'è la sua signora, qui, non è vero?—domandò offrendomi la mano.—L'ho vista. Quanto è carina! Di un'eleganza tutta francese: molto giovane, molto bella!—-

—La conosceva già?—disse il Caccianimico.

—Non avevo e non ho quest'onore,—rispose Angela Tintaro.—Stavo appunto chiedendo al signor Lacava….—