Era come se in una corrente d'aria caldissima, d'improvviso precipitasse una folata diaccia di nevischio, rapida così che appena avvertita finiva, per dar di nuovo il posto all'aria calda. Avevo degli stupori mentali, in cui mi trattenevo a forza dal gridare alla donna:
—«Chi sei, chi sei? Come hai sperato di farti un altro io? Puoi rinunciare alle tue idee, alla tua educazione, alla tua anima per accogliere la mia? Sai tu dove io ti conduco? Mi conosci tu bene? No, no, non affermarlo, perchè io stesso non l'oserei!»—
Ed uscivo da quelle visioni fulminee più innamorato che avanti, e stringevo Lidia al mio petto con tenerezza infinita. Povera bimba! Ella non sapeva nulla; le avevano offerto di sposarmi e mi aveva sposato senza darsi conto di ciò che fosse il matrimonio; non aveva io fatto altrettanto, seguendo l'impulso del cuore?
Nè lei nè io somigliavamo a suo padre e a sua madre, nati in altri tempi, vissuti fra altre genti, cresciuti senz'audacia di discussione. Lidia ed io eravamo giovani, fra un consorzio deturpato dalla civiltà; io, decisamente moderno; lei, ancora involuta, ma pronta ad accogliere il soffio turbolento, irrisorio, demolitore, dell'età nostra.
Sotto l'influsso di tali pensieri, io mi alzava qualche volta a piena notte, e mi recavo nella camera di Lidia.
L'oscurità vi era piena, e mi dirigevo, guidato dall'abitudine, fino al letto della donna, ascoltandone il respiro isocrono, sfiorandone le mani, la braccia, i capelli, dicendomi mentalmente:
—«Chi dorme qui? Chi è venuto qui?»—
E se mi rispondevo:
—«Colei che è tua per sempre, colei alla quale sei per sempre legato,»—
io sorrideva, crollava la testa quasi non comprendendo.