Pietro Folengo era un imbecille, nonostante i suoi favoriti bianchi da diplomatico. Un'assoluta mancanza di critica lo costringeva alla pecorina devozione alle critiche già fatte; un'incurabile povertà d'iniziativa gl'impediva d'agir diversamente da come s'è agito sempre; un cieco rispetto per le tradizioni, per tutto quanto è costituito e nei termini legali, per ogni titolo accademico, per ogni apparenza, lo sommetteva alla massa, della quale abbracciava immediatamente il giudizio e applaudiva al gusto. Se si fosse occupato di politica, non avrebbe mai osato rovesciare un Ministero; se si fosse occupato d'arte, non avrebbe riconosciuto mai dell'ingegno a chi non avesse seguìti e finiti gli studi prescritti; entrato nel commercio, lo continuava nelle proporzioni in cui l'aveva intrapreso. Sempre, e in ogni caso, la fortuna gli era stata propizia. Per altro, non gli si poteva far colpa se la natura non gli aveva largita una mente d'aquila, e se l'educazione di casa aveva cooperato a foggiargliene una da gallina; bensì, era d'uopo tener conto della sua onestà in tempi così difficili, e dell'eccezionale avventurosità che aveva presieduto ad ogni speculazione di lui anche alle più strane. Egli non era nè ingenuo, nè furbo; evitava con somma cura le idee isolate, per accogliere quelle col battesimo della popolarità; fra l'aforisma d'un uomo intelligente e un proverbio vecchio, s'atteneva a quest'ultimo, senz'esitare.

Donna Teresa non era ammiratrice del marito se non in quanto l'esito era sempre favorevole a lui e pareva dargli ragione; ma ella ammetteva che in teoria il signor Folengo s'era arrestato a cinquant'anni addietro. Donna Teresa non aveva alcun difetto capitale; trasmodava spesso e volentieri nel raccontare un fatto, gonfiandolo sensibilmente e svisandolo fino a dar forma tragica al caso più insignificante. Troppo facile ad accettar le opinioni altrui, da qualunque parte venissero, si contraddiceva con imperturbabilità olimpica, e parlava d'ogni cosa, ora con vedute audaci, ora con frasi fatte.

Ciò produceva un vaniloquio intollerabile, del quale andavo ogni giorno meglio sentendo la tortura; e cominciava a crescermi in cuore uno sdegno irragionevole contro donna Teresa, che obbligava Lidia a descriverle il nostro viaggio, minutamente, a renderle conto dei camosci e degli scoiattoli incontrati nelle nostre escursioni, per poi raccontar tutto questo ai visitatori e agli amici di casa.

—Figuratevi,—diceva ella un giorno ai Caccianimico,—figuratevi che mia figlia ha trovato a Splügen un centinaio di camosci, che le son corsi incontro….

—Perdòno,—io interruppi, seccato;—i camosci erano tre e invece di correrci incontro, son fuggiti con molta naturalezza.—

Per questo semplice incidente, donna Teresa mi tenne il broncio un giorno intero, durante il quale compresi d'aver mancato e di non poter vincere il bisogno di mancare in séguito.

Sulle prime, con Pietro io mi divertiva ad oppormi a tutte le sue opinioni e ad inquietarlo con delle sentenze paradossali. Il buon uomo, non trovando pronti argomenti, si smarriva o portava la questione in un altro campo, dov'io lo raggiungeva tosto e ricominciavo coi paradossi. Ma Lidia m'aveva pregato di non tormentarlo oltre, ed io aveva finito per approvar le teorie di Pietro, limitandomi a monosillabi, secchi ed eguali come battute di pendolo.

Giorgio Uglio arrivò un mattino in casa, mentr'eravamo a colazione. Splendeva d'una gioia intensa, e dopo i saluti, ci annunciò che Laura sua moglie giungeva l'indomani.

—Domattina, col battello delle dieci,—egli disse.—Verranno a salutarla? Ella ne avrà molto piacere. Anche lei, signora Lidia, è vero, sarà a riceverla?

—Senza dubbio,—rispose Lidia con prontezza.—Ho tanto desiderato rivederla!—