—Lidia è indisposta e vi prega di volerla scusare.—
Capii, dalla faccia contrariata di Giorgio, che, come avevo sperato, il pretesto non era buono; ma nessuno si lasciò sfuggire l'occasione di sorridere con qualche sottinteso.
—Già indisposta?—fece Laura, guardandomi di tra le ciglia socchiuse.
—Oh, una cosa molto semplice,—risposi.
Laura era alta, magra, degna del pallio o degli abiti con lungo strascico. La testa, piccola ed animosa, pallida e notevole per una capigliatura bruna e crespa, era capace di più espressioni violente e la tranquillità vi si sarebbe male significata; dagli archi sopraccigliari larghi e dagli occhi castagni, ma instabili d'irradiazioni così che parevan neri, usciva un'energia lieta di vivere, facile a trasmodar nell'ira e nell'odio, senza fermarsi in graduali sentimenti; il naso aveva rettilineo e la bocca dalle labbra carnose; le orecchie rosee, ben disegnate, nascondevano l'origine plebea che si rimproverava alla donna; erano orecchie da patrizia e non anse da schiava; la voce chiarissima, era nell'intimità un po' velata, ma eguale.
Ettore Caccianimico, fiancheggiato dalla moglie e da Angela Tintaro, ci seguiva portando la valigetta di Laura; io m'offersi di prendere una piccola borsa di pelle che Laura aveva alla mano; ma la signora si rifiutò, dicendomi:
—No, no. Questa non si tocca. C'è tutta la mia corrispondenza, qui dentro.
—Di': tutta la nostra;—corresse Giorgio con un sorriso celestiale.
Ettore Caccianimico tossì.
Io pensai che Giorgio Uglio volesse beffarsi di noi. Non si poteva ammettere ch'egli ostentasse la pace domestica con ingenuità così fuor di proposito; e se tale ingenuità esisteva in lui, non sapeva egli che io, fin dal primo riveder Laura, m'ero chiesto s'ella portasse ancora le giarrettiere che nell'interno avevan ricamato il mio nome? o quale altro nome chiudessero ora, dopo il soggiorno coi parenti?