—«Stavolta donna Mercedes è sbaragliata. Compro questa pelliccia, ch'è adorabile.

—«Adorabile; somiglia alla mia, salvo che quella mi vien da
Parigi.»—

Se giungeva per caso una cortigiana in momentaneo favor del pubblico, l'attenzione delle signore si raccoglieva totalmente su di lei; lì, era la moda, un po' audace, ma espressiva. Forse, in qualche cuore di donna onesta non sanguinava una piaga d'invidia, pensando che il bel giovane presso la cortigiana dava lentamente la vita e il patrimonio per lei; non tanto per quest'ultimo, quanto per la vita? (Dolce poter dire, levando gli occhi languidi al soffitto: «Ahimè, povero ragazzo! Se avessi saputo che sarebbe giunto a morirne…. Ma chi lo imaginava, coll'ipocrisia della nostra gioventù?»)

Mi pareva di respirare aria più libera, all'uscir da quei negozî, mentre Lidia rilevava con immenso sconforto che per la giornata non aveva altre compere in vista. Si consolava però sùbito a casa, trovando accatastati gl'involti nella sua camera; li apriva, considerava ancora gli acquisti, aspettava la sera per giudicarli alla luce artificiale; qualche volta li rimandava o li mutava, dopo i consigli della sarta.

Questa aveva libero adito in casa nostra, a qualunque ora del giorno. Era una signora alta, magra, con un neo posticcio sulla guancia destra; compariva,—eccezionalmente e solo per Lidia condiscendeva a muoversi dalla sua officina—seguìta da una commessa che portava i giornali di moda, quei giornali di moda i quali rappresentavan per lei il limite a cui l'umana intelligenza può giungere e donde è affatto inutile si spinga innanzi. Apertili, con suprema delicatezza quasi porte di tabernacolo, Lidia e la sarta si curvavano sul figurino, v'appuntavan l'indice, facevan lunghi calcoli non meno di due generali alla vigilia d'un attacco decisivo.

I consigli di quella signora eran semplicemente infernali; dovevan partir forse dal principio che ogni cosa bella ne ammette una migliore, e per questo principio indicava lei medesima le stoffe, i colori, le guarnizioni, le fodere più opportune, spiegando a me, sottilmente, come la bellezza di Lidia volesse un'eleganza raffinata e aristocratica, ma senza possibili confronti.

Ella aveva pure intuito che nessun momento della vita coniugale meglio del nostro, si prestava a comporre e a radunare un corredo muliebre così vantaggioso per Lidia, quanto, in altro senso, per lei; e ciò spiegava l'attenzion matematica, l'accuratezza con cui gli abiti erano ideati, fatti e finiti, in un giro di tempo relativamente assai breve e con approvazioni entusiastiche da parte di Lidia.

Quei capolavori di buon gusto ammaliavano Lidia, la quale si sentiva diventar donna forse più per merito loro che per merito mio; sembravan contener fra il raso, il velluto, la seta, un universo d'insidie, d'invidie, di frivolezze, di cattiverie, di seduzioni, di sottintesi che ancora mancavano a Lidia per poterla considerare un'adorabile signora della buona società.

L'intervento della sarta aveva portato un ritardo nella nostra partenza. Ottobre era già venuto al termine e novembre,—in quell'anno rimasto memorabile per la sua rigidezza,—si presentava carico di nebbioni e assai minaccioso. Al comparir dell'ultimo abbigliamento, respirai: ora saremmo infine partiti.

Ma Lidia, con un'infinità di moine graziosissime,—dove l'aveva imparate?—mi pregò d'aspettare qualche giorno, perchè v'eran altre piccole compere a fare, di cui voleva sbrigarsi al più presto. Pensai rapidamente che le compere avevano un incalcolabile peso sulla nostra felicità: mai, come in quei giorni, Lidia raggiava di salute fisica e spirituale; era un lumeggiar continuo di sorrisi, un brillamento d'occhi, un accondiscendere a tutto quanto dicessi e anche a quanto stessi per dire,—senza precedenti nel nostro breve passato intimo.