E in un minuto era stata in ordine veramente, senz'aiuto di cameriera, infilandosi i guanti sulle scale, come se la casa dietro noi si fosse incendiata e minacciasse un crollo. E perciò noi eravamo usciti, a piedi, in mezzo al fango e all'accidia invernale.

Pareva una ragazzina scappata di scuola, Lidia, colle mani ricoverate nel manicotto, appoggiandosi al mio braccio, tuffata nella pelliccia, il cui bavero alto le riparava le orecchie dall'aria pungente.

La carta fu scelta, senza cifre, ma benchè Lidia ne fosse ammirata e secondo il solito se ne portasse la scatola tra il seno e il manicotto con materna sollecitudine,—io osservai ch'era di gran lunga migliore quell'altra.

—No, no, t'inganni,—rispose Lidia.

In fondo, ella si curava pochissimo delle mie obiezioni: aveva la più illimitata presunzione del proprio buon gusto….

—Aspetta,—diss'io, fermandola innanzi al negozio d'un libraio.

Mentre passavo, m'era parso di veder sulla copertina d'un elegante volume, un nome che in quel posto era stranissimo.

—Gian Luigi Sideri,—lessi.—Il lastrico dell'inferno, romanzo!
Come è possibile?

—È un tuo amico?—domandò Lidia.

—Ma senza dubbio, un mio caro amico. È inesplicabile questo risveglio….