—È inesplicabile che abbia scritto un romanzo? Perchè? Non avrà avuto di meglio a fare….—

E Lidia, con un movimento del braccio mi accennò che desiderava andarsene.

Dove mai Gian Luigi Sideri aveva trovata l'energia necessaria a far qualche cosa?—io pensava, riprendendo con Lidia il cammino verso casa.—Come mai era riuscito a darmi questa lezione di buona volontà? Che cosa sentiva io perciò? Era invidia? No: era amarezza, malinconia, per la dispersion di forze che caratterizzava la mia vita…. E sorpresa anche, perchè fra quanti avrebbero potuto fermarsi sulla via inutile, certo io non ascriveva Gian Luigi Sideri.

La nostra amicizia contava parecchi anni d'esistenza. Ci eravamo conosciuti al teatro Manzoni, dove il conte Gian Luigi ed io avevamo le poltrone fianco a fianco, e la mia attenzione era stata attirata dall'irrequietezza nervosa di Gian Luigi, a pena contenuta per l'abitudine ai salotti; durante gl'intermezzi, egli si rifugiava nell'atrio compensandosi dell'immobilità forzata con delle evoluzioni pel lungo e pel largo, a passo celere.

Fra un'armonia di gusti e un senso estetico squisitissimo, una facilità a comprendere ogni cosa bella e originale, Gian Luigi portava talvolta una nota così discorde, così strana, da non lasciar capire come avesse potuto nascere in lui.

Le sue carrozze, per esempio, eran di forme e di colori detestabili quanto la livrea della sua casa, e non gliele avevo perdonate se non come effetto d'un certo disequilibrio di facoltà critiche.

Al contrario, la sua mente era piena di concetti e di visioni graziose, sfumate; Gian Luigi aveva una cultura tutta d'apparenza, la quale sussidiata da un acume non volgare, gli dava maggiori vantaggi che non la mia, pesantissima; buon musicista, Gian Luigi componeva ballabili e romanze, di colore azzurrino, su parole proprie, ma un'ammirazione esagerata per tutto quanto veniva da Parigi, lo costringeva a scriver francese; egli conosceva questa lingua forse meglio della propria e la parlava volentieri, con accento irreprensibile.

In fatto di letteratura, Gian Luigi s'era limitato sempre a imaginare argomenti da romanzo o da novella, nei quali si poteva sùbito rintracciar la sua tendenza per le cose un po' indeterminate, e per gli acquerelli di piccole dimensioni; sfuggiva il dramma o lo decorava di particolari arguti, che l'avvolgevan quasi in una nube e gli toglievano i bagliori sinistri…. Questi argomenti, creati, modificati, accarezzati nella fantasia, rappresentavano per Gian Luigi altrettante lontane possibilità di lavoro, a cui pensava qualche volta con rammarico, lamentandosi d'essere incapace di un'occupazione lunga e abnegativa.

Quanto all'animo di lui, io non era tuttavia riuscito a definirlo con esattezza. Era scettico, Gian Luigi, o indifferente, o fatuo, o innamorato di qualche cosa o di qualcuno? Probabilmente, colla instabilità sua particolare, egli era a vicenda tutto questo, ma un certo riserbo lo salvava dal dimostrarlo. Senza dubbio, conosceva il mondo, e in trent'anni di vita aveva corse le vicende istruttive degli uomini liberi; senza dubbio, anche, era un sognatore, ma non un sognatore classico, il quale attraversa doloroso l'esistenza in cerca di sensazioni inaudite; bensì, un sognatore calmo, sorridente, eclettico, il quale coglie il buono dove s'incontra e lo paragona alle proprie aspettative.

Era un ammiratore di Laura Uglio, donna che per la sua beffarda filosofia della vita, doveva singolarmente confarsi allo spirito di Gian Luigi; forse, egli ne era stato anche l'amante, perchè in un certo periodo, noi ci guardavamo con curiosità, stimolati dal desiderio di farci una domanda e incapaci a formularla; ond'era fra noi due rimasta quella specie di punto interrogativo, non mai soddisfatto.