I due termini estremi della situazione eran chiari per quanto dolorosi: un lasso di sei mesi aveva trasformato Gian Luigi Sideri in un uomo che ambiva alla fama e dilatava la propria personalità utilmente; un lasso eguale di tempo nella mia vita non aveva concluso che a mutarmi da scapolo in marito.
L'enorme abisso fra l'una condizion di cose e l'altra, era appena intravedibile e perciò tanto più capace d'impressionarmi. Gian Luigi ed io, avevamo nel medesimo tempo, nel medesimo giorno forse, spalancate due porte sulla nostra via; lui dirigendosi a lotte d'intelligenza, a febbri di concezione, a godimenti e ad amarezze non comuni, e tali da raffinarlo e da toglierlo alla greggia umana; io sottoscrivendo al mio volgarissimo avvenire, rinunciando a sogni smisurati, collo sposare una fanciulla, che amavo indubbiamente, ma che ancor dopo sei mesi d'intimità non sapevo se fosse quella la quale m'abbisognava.
Intuivo di questo fatto le conseguenze. Un matrimonio non è mai stato barriera al lavoro intellettuale, ma per me, pel mio bizzarro carattere, assumeva l'aspetto d'una barriera insuperabile; anzi, come altri aveva bisogno della famiglia per lavorare, io aveva invece necessità della vita libera, capricciosa, retta dal mio solo arbitrio. Le angustie derivate dalla casa, gli obblighi assunti, le convenzioni tacite che il matrimonio chiudeva in sè numerosissime, formavano il veleno più potente, più letale, più immedicabile alla mia attività, anche senza tener conto delle obiezioni e dell'atteggiamento ostile che nel mio caso speciale poteva assumere Lidia per un tentativo, molto problematico, di darmi finalmente alla letteratura.
No; se v'era stata ancora speranza a qualche cosa, se il destino aveva riserbata nel mio animo una miracolosa potenzialità di scuotermi e d'agire,—io aveva distrutta quella speranza, avevo stremata quella potenzialità, fatalmente, il giorno in cui m'ero legato a Lidia. L'avevo guastato io, il mio destino, come al più degli uomini succede; e m'ero scelto l'avvenire del buon padre di famiglia, quand'era forse pronto per me l'avvenire d'un artista!
Chi m'aveva tratto in inganno? Lidia, colla sua fresca bellezza? i parenti di lei, colle loro cortesie? Nessuno: una succession di casi, una forza sottile d'attrazione al pericolo.
Onde, non avevo contro chi volgere il mio malcontento e l'angoscia della delusione; gli altri, eran vittime; io era vittima; eravamo vittime tutti quanti di quelle leggi necessarie e assurde, che ad ottener Lidia corpo ed anima m'avevan vincolato a lei per l'esistenza intera.
Nel mio studio, l'ombra del pomeriggio calava rapida fra scrosci di pioggia; a momenti non ci si vedeva più, ma non sapevo muovermi dalla poltrona, nè deporre il libro che avevo mandato a comperare e che tenevo ancora intonso fra le mani, come un testimonio vivo e straziante di quanto si poteva fare e di quanto non avevo fatto.
Dalla camera attigua mi veniva il romor dei passi di Lidia, e mi figuravo la donna pensosa, a testa china, le mani entro le tasche della vestaglia, passeggiando come un automa pel salotto.
Lidia era tutto il mio destino; io doveva cooperare a renderla felice, e raccogliere in questo còmpito non facile ogni facoltà dello spirito; inutile guardare di là da simile stretta cerchia, oltre la famiglia e la casa.
A poco a poco, il romor di quei passi mi divenne intollerabile; forse Lidia piangeva per il modo brusco e inusato con cui m'ero sottratto a quanto ella voleva dirmi…. A che stava pensando, ora? Alla triste scoperta della mia indole, a' miei torti, alle sue speranze di quiete, inutili…. Giovane, elegante, bella, voleva ben più attente cure di quelle che io non le prestassi; poteva ben dolersi de' miei sogni ridicoli i quali creavano una rivalità inafferrabile per lei…. Ma intanto, quei passi mi causavano un rimbombo doloroso nel cervello; il fruscìo della veste m'irritava; il contegno silenziosamente corrucciato di Lidia mi pareva un rimprovero sproporzionato alla colpa….