Per non toglierle illusioni circa quei divertimenti che il suo nuovo stato le permetteva, ascoltai il programma di Lidia con animo sereno e mi compiacqui a far disegni sull'argomento. Nei giorni successivi la presentai a quante famiglie conoscevo e mi parevan degne della sua amicizia….
Spesso in quelle case, dov'io entrava una volta preceduto da impaziente attesa e circondato da cortesie eccezionali, trovai un'accoglienza compitissima e tuttavia diversa da quella del passato; le madri mi serbavan qualche rancore per non aver fatta cader la mia scelta sulla signorina, speranza e tormento della famiglia; ero per esse una fresca tomba di illusioni.
Altrove, era la signorina che usava un po' d'astio contro Lidia e un po' di sprezzo contro me; occhiate traducibili con un: «Tanto, non avrei saputo che farmi di voi!»
Eran più schietti e cortesi gli uomini, quegli stessi uomini, i quali diventavan terribili di satira e acuti di negazione non appena si trovavano in crocchio, al teatro o al caffè.
Difficile stabilire il numero esatto di quelli che al veder Lidia si proponevano di sedurla in otto giorni e stringendomi la mano si rallegravan seco stessi d'aver io preparata una nuova preda per loro; certo, dovevan essere molti e non tutti scapoli; certo, anche, Lidia produceva comunemente un effetto d'ammirazione per la sua bellezza, e di simpatia viva per un'ingenuità graziosa, per una semplicità pura di modi, che alla bellezza eran fortissimi ausiliari.
E in grazia di tali ausiliari, le madri più arcigne e le fanciulle deluse, dopo quindici giorni gareggiarono a diventar l'amica intima di Lidia, come gli uomini tutti studiaron di farsi amici intimi miei; del che ero meno lusingato.
Lidia aveva stabilito il martedì pe' suoi ricevimenti; io v'assisteva sempre, quantunque i discorsi delle signore mi facessero sui nervi l'effetto d'uno strider di lima e non fossi compensato se non dallo spettacolo delle manovre tattiche ivi usate. La simulazione e la dissimulazione vi giuocavano aspre battaglie; vedevo le nemiche sorridersi, darsi la mano, baciarsi e lodarsi, con un'abilità che un diplomatico avrebbe pagata un occhio; ascoltavo le più calunniose insinuazioni fatte col più idilliaco dei sorrisi; notavo la gara tacita e accanita di soverchiarsi in eleganza, in bellezza, in ispirito, e rilevavo come le più maligne parlassero sempre della malignità altrui, dichiarandosi aliene da ogni vanità umana e inorridite dalla maldicenza, la quale pur troppo non rispetta alcuno.
Io mi diceva frattanto che se si fosse scoperto ch'io era adultero, giuocatore od ubbriacone, tutte le amiche di Lidia avrebbero esultato, in omaggio all'amicizia femminile.
Avevan trovato, quelle eleganti femmine, un tema che si prestava mirabile a piccoli colpi, a punture di spillo, a ferocie squisitamente melate; ed era, il tema, l'infecondità di Lidia. Non poteva ella avere un'emicrania, un malessere passeggero, un pallor più accentuato, o una leggierissima tinta azzurra sotto gli occhi, senza che le amiche vi trovassero qualche significato riposto, qualche preavviso della venuta di un bimbo; di quel bimbo, il quale, secondo loro, era indispensabile al coronamento della nostra unione, mentre io non vi aveva manco pensato.
E poichè il bimbo pareva farsi aspettare, le osservazioni s'inoltravan più ardite: