Andrea, il domestico, aveva disposto nella mia camera l'abito di società, e gli oggetti per un minuzioso abbigliamento. Dal giorno del mio matrimonio non avevo più indossato l'abito nero, e, scoperto che questo può servire anche in occasioni allegre, ero divenuto gaio, d'improvviso, attendendo colla maggior cura a farmi elegante.

Alle undici, seguito da Andrea colla mia pelliccia aperta fra le mani, ricomparvi nel salotto di Lidia.

—È inutile mandare il viglietto,—dissi.—Porterò io le tue scuse.—

Lidia alzò il capo, e impallidì nel vedermi.

—Che cosa fate voi, lì?—domandò ella al domestico.

—Tiene la pelliccia,—spiegai.—Guarda, cara, se questa cravatta è messa bene.

—Benissimo,—rispose la donna, levando gli occhi al soffitto.—Vai in casa Caccianimico?—

—Certo. Non m'hai obbligato a promettere che si sarebbe fatta un'eccezione per loro?—

Infilai la pelliccia, misi il cappello e uscii, dopo avere stretta la mano di Lidia, che aveva senza dubbio moltissime cose interessanti a dirmi.

Fui così sùbito, così largamente punito della mia piccola vendetta, da credere a una giustizia invisibile e sicura. Perchè, non appena entrato nella sala ove Ettore Caccianimico e la sua signora apparivano circondati da una folla elegante,—sentii che i varî profumi ivi sparsi mi facevan male; un male strano, che si sarebbe detto risvegliasse la mia sensualità.