La stufa spenta lasciava il luogo assai freddo; la lampada quasi esausta, l'illuminava imperfettamente; e quella donna rannicchiata nella poltrona, coi capelli sparsi, gli occhi chiusi, la faccia pallida, il corpo tutto come piegato da una violenta angoscia,—pareva la superstite d'una cupa tragedia.

Inoltrai cautamente; levai la lucerna dal cassettone e la posai sulla tavola; mi tolsi il soprabito, il cappello, e gettai i guanti per terra; cominciavo a snodarmi la cravatta, quando un lieve romore mi fece volger la testa. Lidia, appoggiato un gomito sul letto e stringendo coll'altra mano un bracciuolo della poltrona, mi guardava fissa da qualche istante.

—Buon giorno!—le dissi.—Sono rientrato ora.

—Lo so,—rispose Lidia con voce velata.—E io ti aspetto qui da mezzanotte.

—Ti sono gratissimo di questa sorpresa,—mormorai.—Ma potevi coricarti; non prendere freddo; coricarti nel mio letto.

—Nel tuo letto?—esclamò Lidia, balzando in piedi.—Che cosa credi, dunque!—

C'è sempre stato in me un istinto che io suppongo derivato dalle mie tendenze letterarie; un istinto a vedere il quadro e la plastica in ogni cosa; guardai Lidia perciò con sincera compiacenza; ella pareva una leonessa ferita, dritta nel fondo della camera, gli occhi pieni di sdegno; bellissima.

—Perchè fingi, Sergio?—ella disse.—Perchè fingi di non capire quel che ho sofferto?

—Che hai sofferto?—ripetei, colpito dalla voce tremante.—Io non poteva imaginare….

—Ah, non potevi imaginare,—esclamò Lidia, avvicinandosi.—Non potevi imaginare che trattandomi peggio d'una cameriera, mi avresti fatto male…?—