L'idea che Lidia aveva scritto un viglietto malizioso e grazioso rimasto ignorato sulla tavola per la mia cattiveria, mi colpì stranamente; provai un irresistibile bisogno di ridere e una tenerezza da fanciullo.
—Già, ho fatto male,—dissi.—Lo riconosco. Basta riconoscere il proprio torto?—
Lidia s'era alzata, cercando il fazzoletto; io lo raccattai da terra, e presi posto nella poltrona rimasta libera.
—Basta riconoscere il proprio torto?—ripetei, prendendo Lidia per le braccia e cercando di attirarla sulle ginocchia.
—No! No! No!—ella esclamò con veemenza. Io ho passata un'orribile notte, per Lei, e non l'ho passata dormendo, com'Ella potrebbe credere; mi sono addormentata sull'ultimo, per la stanchezza….
—E come l'hai passata, dunque?—domandai senza resistere allo strappo cui ricorse Lidia per togliersi alla mia stretta.
—L'ho passata meditando!—rispose la donna, mentre s'allontanava e si raggiustava l'accappatoio.
La frase mi turbò, e mi trasse alle labbra la risposta, che trattenni a forza. Anch'io aveva meditato; Lidia nell'angoscia dell'aspettazione, io nell'angoscia della folla…. E ambedue sopra un istesso argomento? Forse; ma Lidia non me l'avrebbe mai confessato, non avrebbe forse trovate le parole….
Ella si riprometteva certo una mia domanda; perchè dopo essersi guardata nello specchio, girò la testa verso di me.
—Non ho più nulla da dire,—mormorai.—Se non basta riconoscere un errore, non so che altro si possa attendere.—