—È stato a Sestri, non è vero?—chiese Lidia.—Me lo annunciò Sergio.

—Sì, signora. A Sestri, al ritorno da Saint-Moritz.—

M'ero allontanato alcun poco, andando a sedermi presso una signora, i cui occhi neri e umidi pareva dicessero agli uomini: «Sì, fratello: io seguo il mio triste destino d'appassionata». E di quegli occhi, di cui credevo aver tradotta finalmente l'espressione, io studiava i possibili sogni e le veemenze, lasciando che nell'angolo, ov'era Lidia, continuasse il discorso d'ammirazione e di vanità.

Poi, lentamente, i visitatori presero commiato, e come l'ombra serale precipitava, restai nel salotto, vedendo ancora davanti al caminetto la bruna dal sorriso consolatore, e l'altra dagli occhi mesti.

Quella sera, a pranzo non avevamo che mio suocero, Pietro Folengo. Donna Teresa era rimasta a casa, un po' indisposta. E un penoso silenzio regnò fra noi tre, quantunque io fossi pronto a seguir Pietro in tutte le idee vecchie di cui volesse farsi il profeta.

Lidia, sulla tovaglia disegnava dei geroglifici col manico della forchetta; assaggiava appena le vivande ch'ella medesima aveva voluto le prescrivesse il medico, perchè ormai l'anemia e la malaria dominavan la sua vita; e benchè io l'avessi più volte interrogata, non aveva spinto il discorso oltre la forma monosillabica. Stringeva le labbra, di tanto in tanto; sintomo di malcontento represso.

—Vediamo, figli miei,—disse Pietro a un tratto, guardando Lidia e me.—Che cos'avviene?

—Niente!—dissi io.

—Niente!—disse Lidia.

—Come, niente!—esclamò Pietro con la sua logica di ferro.—Niente produce niente. Ora niente non può essere la causa, se un broncio è l'effetto!