Le nostre abitudini erano invariabili; io non mi coricava alla mia volta o non usciva di casa, prima d'esser passato nella camera di Lidia a salutarla.
Vi trovai, quella sera, ancora Geltrude occupata a riporre le vesti. Io m'avvicinai al letto, dove Lidia stava col busto appoggiato ai guanciali e i capelli sciolti per le spalle; un bel quadro, senza dubbio, ricco di luce e d'ombra.
Geltrude augurò la buona notte ed uscì. L'astuta cameriera, un tipo segaligno di giovane trentenne,—conoscendo, i nostri usi dei migliori tempi, aveva spinto vicino al letto una poltrona, in cui mi sedevo abitualmente a chiacchierare con Lidia. Allontanai la poltrona, osservando che sul tavolino da notte stava un romanzo francese, pel quale Lidia non si sentiva poco bene.
—Vuoi leggere?—domandai, accennando il volume.
—Ah no, mio Dio!—esclamò Lidia.—Mi farebbe male alla testa.
—Buona notte.
—Buona notte.—
Allungò la mano, che strinsi freddamente, e tossì di nuovo.
Quell'esagerazione ostentatrice, mi diede una rabbia improvvisa.
—È inutile,—dissi,—tutto questo apparato. Lo so.
—Che cosa?—fece Lidia, volgendomi la testa in piena luce.—Che cosa sai?—