Non lo avrebbe veduto più. Suo padre s'allontanava per sempre dal paese, forse dall'Italia; il bambino riprendeva la sua strada, dopo un intermezzo di dolcezza e di gioia; andava incontro alla sua sorte, qualunque ella dovesse essere; e Nicla sentiva d'essere una intrusa, la signorina Nicoletta Dossena, una vicina di campagna, e nulla più, la quale non aveva alcun diritto non che a giudicare, nemmeno a chiedere e a sapere.

Perchè lo aveva amato?

Lo aveva amato come un bambino suo, più che un fratello. Gli aveva dato tutta la sua fresca anima libera; ed egli, a guisa d'un piccolo Amore sbucato impensatamente fuor da una nube, le aveva piantato nel fianco una freccia di cui ella non sapeva più liberarsi, di cui avrebbe portato il peso e il segno per tutta la vita.

Sulla soglia del vestibolo, fingendo di cercare il cappello, un cencio qualunque da mettersi in testa, pianse lagrime roventi.

Una cameriera, che le porgeva il cappello, non osò dir parola, e volse gli occhi per non essere indiscreta; ma sapeva; tutti in paese sapevano che Nicla era per il piccolo conte Traldi, meglio che una sorella, più che una madre.

Nicla uscì e corse a villa Florida.

Il vento fischiava; sulla riva, i barcaiuoli stavano vuotando le loro barche dall'acqua che le aveva invase; e grandi nuvole viaggiavano frettolose per il cielo bigio.

La fanciulla guardò sulla spiaggia il luogo in cui Bruno l'aveva salutata la sera prima, e gli occhi le si riempirono di lagrime.

Suonò alla portineria della villa, e la governante venne ad aprire.

—Oh signorina!—disse.—Favorisca. La casa è tutta sossopra, e vorrà scusarmi. Una partenza così improvvisa….