Era il bersaglio del conte, quel bersaglio che Brunello avrebbe sostituito volentieri con Duccio Massenti.
Le lagrime tornarono agli occhi di Nicla.
—In ogni modo non dubiti, signorina,—diceva la governante,—non appena avrò notizie, sia oggi, sia domani, sia poi, gliele porterò. So il bene che lei voleva a Brunello, e l'adorazione che Brunello aveva per lei.
—Sì,—disse Nicla.—La ringrazio e ci conto.
Salutò con un cenno del capo e uno smorto sorriso, e uscì, mentre la governante la seguiva degli occhi.
Non v'era più speranza; Bruno era perduto, Bruno non sarebbe tornato mai più.
La spiaggia, il lago, il bosco, il poggio, tutto quel paesaggio di felicità, bello e immenso, d'un tratto era divenuto misero, grigio, deserto, per la scomparsa d'un piccolo uomo che lo animava con la sua presenza e lo possedeva con la sua voluttà di vivere.
Ma più fortunato, nella sua disgrazia, di chi rimaneva, Brunello sarebbe stato assorto in altri spettacoli e distratto da altre vicende: non avrebbe rivisto ogni giorno quei luoghi che parlavano d'un passato raro e maraviglioso, e facilmente avrebbe potuto dimenticare.
Nicla restava.
Restava sola a bere tutta la mestizia disperata delle ore cògnite, a udir le campane che annunziavano da lungi il vespero, le campane degli armenti che tornavano alle stalle, le campane flebili che mormoravano a fior d'acqua sul lago.