Cominciarono i fulmini a crepitare, squarciando le nubi dense; e venne una grandinata soda come fosse fatta di proiettili, che spezzavano i rami più deboli e strappavano le foglie.
—Bisogna fermarsi!—dichiarò il vetturale.
La carrozza aveva un soffietto che la riparava soltanto a metà, e dentro precipitava la tempesta, balzando sul legno, schizzando da ogni banda, battendo sulla groppa dei cavalli. Il vetturale era sceso e s'era messo alla testa degli animali per frenarli; il conte scese a sua volta.
—Sta fermo!—ordinò a Bruno.—Vado a tenere i cavalli.
Ma Brunello non badava nè ai cavalli nè all'uragano.
—Voglio Nicla! ~ egli disse.—Nicla!… Dov'è Nicla? Papà, dov'è
Nicla?
Suo padre non rispose: teneva il morso del cavallo di destra, mentre il vetturale teneva quello di sinistra. Ambedue gli uomini stavano sotto la grandine, folgorati di continuo dai grossi chicchi, feriti alle mani, e tuttavia pronti a parar gli scarti e a domar le impennate dei cavalli. Un fulmine scoppiò poco lontano, fece traballare il conte e il vetturale; i cavalli diedero uno strappo, furono rattenuti a gran fatica.
L'aria era così scura, che pareva notte; il vento cantava su mille toni, con mille voci, ora sottili e gemebonde, ora minacciose e frementi; a quando a quando sibilava un fulmine, appariva tra le nubi una linea d'oro, cadeva tra le chiome irte e sconvolte degli alberi.
Poi, cessata la grandine, cominciò la pioggia.
—Ora possiamo andare,—disse il vetturale.—A un chilometro da qui, anche prima, c'è un'osteria, dove potremo fermarci, perchè i cavalli per oggi ne hanno abbastanza. Riprenda il suo posto, signor conte.