Fabiano risalì nella vettura e si pigliò Brunello tra le braccia.
—Nicla, dov'è Nicla, papà?—disse il bambino.
L'acqua veniva a torrenti, inondava la carrozza, formava una pozzanghera nella pianta della cassa, sgocciolava per le fiancate; e il vento rendeva più aspro e crudo quel diluvio.
I cavalli correvano con tutta la loro lena; drizzavan le orecchie ad ogni brontolìo di tuono, scartavano ad ogni balenar di folgore, ma andavano a rompicollo, quasi avessero voluto sfuggire a quell'inferno. E la pioggia entrando a sghembo nella vettura, aveva ormai inzuppato i due viaggiatori.
—Dormi, piccolo,—disse Fabiano.
—Perchè mi porti via?—domandò Brunello.
Gli rispose uno schianto formidabile, che fece sobbalzare uomini e bestie; un fulmine era scoppiato a pochi passi.
Il conte adagiò Bruno e prestò mano al vetturale, che s'era teso ad arco per trattenere i cavalli, i quali puntavano sul morso e si sforzavano di precipitarsi finalmente a una fuga rovinosa.
Fu il più difficile episodio della corsa, e fu l'ultimo.
Indi a poco, la vettura poteva ricoverarsi all'osteria indicata da
Vico Malerba, e gli uomini ne scendevano.