Brunello era intontito; batteva i denti, tremava da capo a piedi, sgocciolava tutto.

Una grossa donna, che conduceva l'osteria, spogliò il fanciullo e lo mise a letto, ma qualche ora più tardi una fortissima febbre lo colse. Delirava.

Seduto accanto al letto, spiando nel volto congestionato di suo figlio il progredire del male, il conte stava assorto e dubbioso.

Fuori scrosciava ancora la pioggia e fischiava il vento, vicino e lontano.

La camera era illuminata da una candela e nulla pareva più malinconico che quell'uomo in quella muta stanza, l'occhio fisso nell'occhio vitreo del suo bambino.

Vico Malerba, riparati i cavalli e datasi una scrollata, salì a prendere gli ordini.

—Fra mezz'ora splenderà il sole,—disse. Ma visto Brunello a letto e il conte immobile a scrutarlo, tacque subito.

—Fra mezz'ora!—ripetè Fabiano.—È impossibile ripartire per oggi. Non vedi che il piccolo è ammalato? Domanda all'ostessa se si può avere un medico.

—Vado,—rispose il vetturale.—In ogni modo, tengo il legno a disposizione del signor conte.

E avvicinandosi un poco al letto, soggiunse: