Il conte, che non aveva gustato cibo nè mutato abito, vegliò, seduto in una poltrona stinta e senza molle. Alle dieci di sera e al tocco dopo mezzanotte diede nuovamente il chinino; la febbre scemava rapidamente; al levar del sole era cessata.
—Ebbene, piccolo, che m'hai fatto?—disse Fabiano, chinandosi a baciare Brunello.
Questi sorrideva, ma era stordito e debole.
Fabiano decise di fermarsi ancora tutto quel giorno all'osteria, e il vetturale si fermò egli pure, a disposizione del signor conte.
Soltanto l'indomani, con le ossa rotte dalla febbre, le gambe tremanti pel chinino, una grande lassezza in tutto il corpo, Brunello fu rimesso in vettura e riprese il viaggio.
Aveva negli orecchi il frinir continuo d'innumerevoli cicale; di tutto quanto era avvenuto negli ultimi giorni riteneva alcune imagini confuse, venute in parte dalla realtà, in parte dalla febbre. Rivedeva Nicla nel suo abito d'acciaio, Duccio Massenti che voleva offenderla, il papà che l'uccideva, poi lo scoglio della Croda, i fulmini, le groppe dei cavalli gocciolanti di pioggia.
Ma non diceva parola con suo padre.
Lo guardava di sottecchi, mostrando il broncio, e aspettando d'essere più forte per tornare da Nicla.
Prima d'abbandonar l'osteria, il conte compensò liberalmente il medico, l'ostessa, quanti lo avevano servito. Era in dure strettezze finanziarie, ma quando metteva mano alla borsa, non sapeva più contare.
Si recava a trattare con la famiglia, in una mediocre città di provincia di cui cinque secoli avanti i Traldi di San Pietro avevano avuto il dominio; e ancora possedevano, oltre parecchie case in città, vasti terreni e ricche fattorie nei dintorni.