—Non dubitare!—esclamò il vetturale, mettendosi una mano sul petto.—Che io muoia qui, se non glielo dico appena sono a casa!

Bruno sorrise ancora, più riposato, come un uomo che ha trovato intanto un piccolo rimedio a un grosso malanno.

Quella sera le sue impressioni s'arricchirono della visione d'una città di provincia immersa nel sonno con le persiane tutte chiuse, d'un omnibus che traballava sul selciato, d'un modesto albergo.

Fabiano diede al fanciullo una tazza di latte caldo; poi lo svestì, lo lavò, lo mise a dormire.

Stette a guardarlo lungamente, meditabondo.

Brunello dormiva, coi pugni stretti e i capelli sparsi sul guanciale.

Che poteva sognare? La tempesta, la fuga dei cavalli tra fulmini e rombi, la pioggia, il medico, l'osteria di campagna, lo scotimento del treno.

Non poteva sognare altro, non aveva più liete imagini che quelle.

Una sì, c'era, fresca e olezzante, l'imagine d'una fanciulla che lo proteggeva; ma gliel'avevano strappato di mano, per ricondurlo attraverso il mondo, con la febbre sotto la pioggia crudele.

Il conte ebbe un gesto desolato. Perchè condurre alla rovina anche l'innocente che non aveva macchia e non chiedeva nulla?