Si scosse al pensiero della battaglia che lo attendeva l'indomani; e un altro pensiero sopraggiunse, una speranza: la speranza di metter la mano sopra trenta o quarantamila lire. Allora udì nell'orecchio il tintinnìo dell'oro fluido, il fruscìo delle carte, lo scalpito di superbi cavalli ch'erano suoi; e si scostò dal letto, lasciando che il fanciullo sognasse i suoi tristi sogni.
Sbrigò la corrispondenza arretrata, e preparò un biglietto per Elia
Polacco, personaggio che gli era da più tempo ben noto.
XI.
Il notaio Clemente Alemanni era uomo freddo e risoluto; ma nel fondo dei suoi occhi cilestri si leggeva un'espressione di dolcezza.
Non alto di statura, quadrato di spalle, indossava abitualmente la redingote, grigia d'estate, nera d'inverno; e una bella barba in parte candida come neve, in parte rossa come il fuoco, gli scendeva fino a mezzo il petto.
—Fatemi il favore,—disse a un cameriere che passava nel corridoio,—di presentare questo biglietto di visita al signor conte Traldi di San Pietro.
Il cameriere prese la carta, entrò nella camera segnata col numero dieci, e indi a poco tornò dicendo che il signor conte aspettava il signor notaio.
L'uomo trasse un sospiro, e drizzandosi sul busto come un lottatore che sta per comparir nell'arena, seguì il cameriere.
Avrebbe preferito in verità di trovarsi altrove; ma fedele alla antica famiglia, per un'alta idea del proprio dovere, si riprometteva di comportarsi degnamente e di condurre a termine la sua missione fermamente e tuttavia col più scrupoloso rispetto e con serafica pazienza.
Il conte Fabiano stava seduto, nella camera da letto, in una larga poltrona, innanzi alla tavola su cui si vedevano ancora il vassoio con le chicchere, il piattino del burro e il vaso del miele. Si accarezzava nervosamente la barba brizzolata e fumava una sigaretta.