Abituato a vivere con una folle imprevidenza, animato da una sragionevole fiducia nell'avvenire e da un irrefrenabile desiderio di godimenti, considerava già come vittoria cospicua il pagamento della cambiale di dodicimila lire, che gli dava fastidio da troppo tempo.

Al resto avrebbe provveduto per conto proprio, con altri aiuti.

E nel pomeriggio di quel medesimo giorno, in un quarto d'ora di liete speranze, fece chiamare Brunello e gli offerse una battaglia coi soldatini di piombo.

La tavola nel mezzo della camera fu in un lampo coperta di cannoni, di tende, di uomini a piedi e a cavallo, in chiassose uniformi.

All'un capo della tavola era Bruno, all'altro Fabiano, e la battaglia si svolgeva con rapidità fulminea.

Brunello stava per perdere una fortezza; le sue linee di difesa erano sfondate dalle artiglierie di Fabiano, e la cavalleria s'avanzava a disperdere i resti d'un esercito in fuga disordinata.

Si udì battere discretamente all'uscio, con le nocche delle dita.

—Avanti!—disse Fabiano.

Elia Polacco entrò.

Era un ometto basso, nasuto, dagli occhi jàlini penetranti, il mento raso e le basette fulve e dure. Camminava così lestamente che pareva saltellasse.