—I miei omaggi al signor conte!—disse questi.—Domani sera sarò qui, verso le otto.

—Adesso facciamo un'altra battaglia,—pregò Bruno.

—No, no,—rispose Fabiano,—di battaglie ne ho abbastanza per oggi.

—Che brava gente!—pensò Elia Polacco andandosene e richiudendo l'uscio.—Nè padre nè figlio non mi hanno degnato d'uno sguardo! E sono io, dopo tutto, che devo correre per mantenerli nell'ozio!

Non appena Elia fu scomparso, il conte prese Bruno sotto le ascelle e lo trascinò ballando per la camera.

—Su, su, tutto va benissimo!—esclamò.—E doman l'altro ti condurrò al mare, in un paese d'oro, sotto un cielo azzurro, e lasceremo qui questa masnada di provinciali. Salta, andiamo, salta col papà!

E fischiettò il valzer della Madame Angot per accompagnare la danza.

—Tu sbagli,—dichiarò Bruno lasciandosi trascinare.—Io al paese d'oro non vengo. Io ritorno sul lago. Il paese d'oro non mi piace, il mare d'oro non mi piace. Io voglio Nicla!

—Ancora!—disse il conte.—Quella ti piace, Nicla? Ho pensato anche a lei, e le ho scritto ieri sera.

Bruno diede uno sgambetto e si divincolò, piantandosi a terra.