Bruno era veramente perduto, e subito, dalla felicità della vita sana e libera in compagnia della sua giovane amica precipitava nei disordini e nelle imprudenze di cui il cervello di suo padre era fecondo.
Allorchè Vico Malerba le aggiunse che Bruno lo aveva incaricato di salutarla e di dirle che l'aspettasse perchè voleva tornare da lei, Nicla non potè frenare un singhiozzo.
Ben lo aspettava e bene lo avrebbe aspettato sempre; ma sentiva che sarebbe stato invano.
Aveva pianto a lungo, sola; non era uscita di casa per non riveder luoghi tutti echeggianti dei più teneri, dei più tristi ricordi; e mai non aveva capito come in quei giorni che nessuno dei suoi poteva compatirla.
Sua madre menava ancora in lungo la storia di Duccio Massenti, e ne formava a poco a poco un pettegolezzo. Suo padre andava esortando la fanciulla a confessare il segreto scoperto.
E tanto più l'uno e l'altra s'impuntavano nella loro idea, in quanto Duccio non aveva scritto parola, non aveva dato segno alcuno di vita. Fatti i ringraziamenti e presentati di persona i suoi saluti, s'era creduto assolto da ogni altro obbligo, considerando il brusco trattamento usatogli da Nicla. Era la fine, silenziosa ma irrimediabile.
E nulla più cuoceva alla signora Carlotta che il non poterne afferrare il motivo riposto; e nulla più cuoceva al cavalier Maurizio che non poter vincere la resistenza di sua figlia. Onde l'una e l'altro, non che consolar Nicla della perdita di Bruno, l'avrebbero rimproverata duramente perchè invece di provvedere al suo avvenire si perdeva in frasche e in fantasie non più perdonabili alla sua età.
N'era venuta una freddezza nuova tra Nicla da una parte e Carlotta e Maurizio dall'altra, che alla fanciulla aveva dato una grande sensazione d'abbandono; ancora una volta ella aveva guardato a suo padre e a sua madre come a persone quasi estranee, immedicabilmente meschine; e di nuovo sua madre guardava a lei come a una persona dai gesti e dagli atti poco rassicuranti.
La posta le recava quel mattino tre lettere; di due conosceva la calligrafia.
Erano Fanny Contini e Cecilia Verli, che le raccontavano le loro mirabili avventure campestri, come ad esempio la conquista d'un ufficiale, il quale aveva detto sospirando a Fanny: «Ah, vorrei essere quel ventaglio», e la passione d'un giornalista che a Cecilia, la quale aveva mandato cento lire per beneficenza, aveva risposto «per ringraziare» sopra un biglietto di visita.