—Come a un suo fratello!—ripetè Gigi.

Nicla s'accorse che si sfiorava un argomento pericoloso.

Gigi dichiarava di voler bene a quel fratello della ventura, non potendo, non osando dichiarare che voleva bene a Nicla. Ma quanto doveva voler bene a lei, se voleva bene sinceramente a un fanciullo ch'ella aveva protetto?

E Nicla si scuoteva qualche volta, avvedendosi ch'ella e Gigi Barbano si perdevano a far disegni sul ritorno di Bruno, come s'egli avesse appartenuto a tutti e due, come non avessero dovuto mai più separarsi, come i loro cuori avessero dovuto battere all'unisono.

Era tra loro il ricordo or malinconico ora ridente del fanciullo lontano; e sembrava che quel grande amico di Nicla li avvicinasse con le piccole mani e stesse tra l'uno e l'altro come un fratello veramente; talchè Nicla si diceva che di Gigi Barbano egli forse non sarebbe stato geloso e i suoi occhi non si sarebbero fatti per lui inquieti e torbidi.

A poco a poco entrarono in tale intimità di spirito, che Nicla non si stupì affatto allorchè Gigi Barbano le comparve innanzi una mattina, un poco pallido, con un lieve tremito sofferente per mille martirii di speranze e di dubbii.

Quella mattina era stata attesa da Nicla, era stata inconsciamente preveduta.

E allorchè, incespicando dapprima nelle prime frasi, poi con veemenza, egli le confessò il suo amore, l'orgoglio di darle il suo nome, Nicla rispose:

—Lo sapevo. Crede che saremo felici?

—Ah signorina!—esclamò Gigi.—Non mi respinge, dunque?