—Credevo che vi occupaste di lui,—confessò Nicoletta.
—Io?—esclamò Carlotta.
—Io?—esclamò Maurizio.
—E allora tanto meglio!—proruppe Nicoletta irritata, comprendendo che non le si voleva ancora dir nulla dei disegni che si stavano maturando intorno a lei e a Duccio.—Tanto meglio per tutti. Me ne sbarazzerò più presto.
La signora Carlotta mosse le labbra e fece un gesto come per protestare, ma un'occhiata di suo marito la fermò.
Bisognava lasciar correre l'acqua per la sua china; non si doveva far di quelle speranze una questione acuta come s'era fatta a proposito del palcoscenico. Il conte Duccio, se davvero voleva quella figliuola, se davvero l'amava, si sarebbe ingegnato da solo a riuscire. Pel momento era meglio non parlarne troppo e non irritar la fanciulla, o sarebbero occorsi altri due anni a persuaderla, come pel palcoscenico.
Carlotta ebbe il lieve rammarico di non poter portare intorno quale una nuova stimmate pietosa il rifiuto di sua figlia per un cospicuo matrimonio; ma si piegò alla volontà esperta di Maurizio, del quale era caldissima ammiratrice.
Se non che, quando apprese, appena giunta in campagna, che la villetta vicina era affittata al conte Fabiano Traldi di San Pietro, scattò improvvisamente.
Nicoletta scendeva dallo studio di suo padre, dove aveva udito la discorsa sulla vita e i miracoli del conte Fabiano, e s'avviava a pian terreno, nella sala da pranzo, per sorbire la cioccolata.
Aveva fame: era allegra; si riprometteva una gita, la prima gita nel bosco, che doveva essere ancor fresco e odoroso per l'umidità notturna e tutto vibrante e scricchiolante al vento.