Diede gaiamente il buon giorno alla mamma, che aveva già bevuto il caffè e latte, e s'era attardata per aspettar la figliuola.
—Sì, sì, buon giorno!—ripetè Carlotta, brontolando.—Hai fatto un bell'affare, tu!
Il domestico presentava con le mani guantate di filo bianco il vassoio alla fanciulla e la cestina d'argento colma di biscotti. La fanciulla gli indicò di lasciargliela innanzi, con un gesto del capo. Ella non sapeva nemmeno che faccia e che nome avessero i domestici. Poi attese che se ne fosse andato.
—Ho fatto un bell'affare, io?—domandò quindi a sua madre.—E quale sarebbe?
—Sarebbe!—ripetè Carlotta col broncio.
—Oh Dio, mamma!—esclamò la fanciulla annoiata.—Non cominciamo; non farmi ripetere venti volte una domanda. Se ho sbagliato, dimmelo. Io non mi sento colpevole di nulla.
Il candore con cui Nicoletta sosteneva un'accusa vaga, disarmò la signora.
—Colpevole non sei; non voglio dirti colpevole,—spiegò infine.—Ma stordita e bizzarra come al solito.
Nicoletta si toccò in testa per assicurarsi che non avesse il cappello a rovescio.
—Ma no,—disse sua madre.—Si tratta di ben altro. Sai chi abbiamo per vicino di casa?